OpenAI e Anthropic valutano di far pagare i creditori agli investitori per coprire cause legali sull’intelligenza artificiale: rischi, strategie e scenari
- piscitellidaniel
- 8 ott
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Negli ultimi giorni è emersa una notizia di grande rilievo nel mondo dell’IA: OpenAI e Anthropic stanno considerando di utilizzare fondi messi a disposizione dai propri investitori per far fronte a eventuali cause legali legate all’uso non autorizzato di opere protette dal diritto d’autore nel training dei loro modelli. L’idea è che, di fronte a richieste risarcitorie miliardarie presentate da autori, editori e detentori di copyright, le aziende coinvolte possano tappezzare le responsabilità con strutture di “autofinanziamento”, ripartendo parte del rischio tra gli investitori. Ciò pone questioni complesse sotto il profilo legale, economico e reputazionale, oltre a riflessioni profonde sulla sostenibilità del modello di business dell’IA generativa.
Il contesto che ha generato questa esigenza è fatto di cause accumulate negli Stati Uniti, in cui titolari dei diritti lamentano che le aziende abbiano usato testi, opere letterarie, articoli e altre fonti senza compenso adeguato per “addestrare” i modelli linguistici. Le richieste in aggregato possono raggiungere cifre molto elevate, tanto da rappresentare un pericolo concreto per le casse delle società. In uno scenario di prove legali in corso, dunque, OpenAI e Anthropic esplorano la possibilità di strutturare un meccanismo di “self-insurance” attingendo a capitali già conferiti dai finanziatori. In pratica, gli investitori contribuirebbero al gradient di rischio legale, accollandosi una quota delle eventuali perdite.
Anthropic, per parte sua, è già intervenuta in via parziale con capitale proprio nel contesto di un accordo preliminare da 1,5 miliardi di dollari in una causa collettiva per violazione del diritto d’autore. OpenAI, invece, ha negoziato una copertura assicurativa per i rischi emergenti dell’IA fino a 300 milioni di dollari, ma fonti vicine alle trattative suggeriscono che tale cifra sia insufficiente rispetto all’entità delle potenziali controversie. L’industria assicurativa, secondo gli attori coinvolti, non ha al momento capacità adeguate per coprire rischi tanto nuovi e incerti.
Rivolgersi agli investitori non è una semplice necessità: apre un bivio strategico. In primo luogo, si affaccia la questione della ripartizione del rischio tra chi investe in startup o aziende ad alto potenziale e chi gestisce direttamente le attività operative. Gli investitori istituzionali sono da sempre abituati a sostenere rischi finanziari e tecnici, ma partecipare direttamente a controversie legali su scala così vasta implica fare i conti con reputazione, contabilità e responsabilità giuridica. L’accettazione di un meccanismo del genere potrebbe modificare il normale rapporto tra società e finanziatori, trasformando l’investimento in un vincolo operativo e legale.
In secondo luogo, tale scelta potrebbe generare frizioni nei contratti di finanziamento e nei patti tra azionisti: i termini con cui un investitore aderisce all’obbligo di copertura legale devono essere esplicitati fin dall’origine, pena controversie interne o rifiuti di partecipazione. Se l’assunzione del rischio non fosse chiaramente negoziata, investitori potrebbero opporsi a un onere imprevisto. Ciò rende essenziale la definizione di clausole contrattuali e tutele legali a monte.
Sul fronte reputazionale, l’operazione è delicata. Far pagare ai fondi—che spesso includono investitori pubblici, fondi sovrani, fondi pensione e istituzioni con vincoli etici—le conseguenze di cause per copyright potrebbe alimentare contestazioni politiche, critiche sull’“esternalizzazione del rischio” e accuse di spostamento delle responsabilità dalle aziende che operano l’IA verso chi ha semplicemente finanziato il progetto. Questo aspetto è particolarmente sensibile nel settore tech, già sotto scrutinio su temi etici, trasparenza e impatto sociale.
Dal punto di vista strategico, la scelta di “autoassicurarsi” con risorse investite rappresenta un sintomo della natura emergente del rischio nel perimetro dell’IA generativa: le polizze tradizionali non coprono queste nuove controversie, e il mercato assicurativo sembra ancora impreparato a calibrare premi, limiti e franchigie per modelli di intelligenza artificiale sofisticati e potenzialmente esposti a migliaia di rivendicazioni. In tale contesto, le imprese che sviluppano modelli di IA devono inventare soluzioni finanziarie ibride, magari strutture captive, bond legati al rischio legale, riserve specifiche o altri meccanismi di allocazione interna.
Ma anche queste soluzioni non sono prive di rischi: le riserve vincolate possono drenare capitale operativo, ridurre la flessibilità finanziaria e inasprire le pressioni dagli investitori sulla redditività e sul ritorno dell’investimento. Se l’esposizione legale dovesse superare le stime, le aziende potrebbero trovarsi a dover chiedere successivi aumenti di capitale, diluendo la partecipazione dei finanziatori o rinegoziando condizioni meno favorevoli.
Un’altra dimensione riguarda la pressione normativa. Le autorità regolatorie e le corti stanno osservando con crescente attenzione il settore dell’IA, specie quando l’addestramento dei modelli comporta l’uso di materiale protetto dal diritto d’autore. Se decisioni giudiziarie dovessero far pendere la bilancia verso rigide interpretazioni dei diritti, le aziende che oggi prevedono di “scaricare” il rischio sugli investitori potrebbero ritrovarsi sotto inchiesta anche per pratiche finanziarie scorrette o per marcata concentrazione del rischio. In tale contesto, le strategie di copertura legale potrebbero dover essere validate da regolatori finanziari, non solo da tribunali civili.
Tutto questo si inserisce in una fase di ridefinizione del “contratto sociale” dell’IA generativa. Fino ad oggi, molti modelli di business hanno retto grazie a paradigmi quasi sperimentali, investimenti massicci e aspettative di crescita esplosiva. Ma il collasso di una causa legale miliardaria potrebbe segnare una discontinuità: modelli considerati sostenibili potrebbero diventare fragili. A lungo termine, la sostenibilità di un’azienda IA non potrà più basarsi solo sulla potenza computazionale, sulle licenze o sull’adozione commerciale, ma dovrà integrare una gestione robusta del rischio legale, un approccio prudente all’uso dei dati e modelli di governance e rendicontazione trasparente verso stakeholder e regolatori.
In questo quadro, la scelta di OpenAI, Anthropic e possibili altri attori importanti diventa un test per l’intero settore: se l’onere delle controversie sarà ampio e protratto, la capacità di attrarre nuovo capitale, mantenere la fiducia degli investitori e gestire la labilità giuridica diventerà un indicatore chiave della maturità del comparto IA avanzata. Le aziende che sapranno costruire ponti economici, contrattuali e normativi tra tecnologia e tutela legale avranno un vantaggio competitivo nei prossimi anni.

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