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Open Arms, confermata l’assoluzione di Salvini: il tribunale chiude definitivamente il caso

L’assoluzione di Matteo Salvini nel procedimento relativo al caso Open Arms diventa definitiva dopo che la procura generale ha rinunciato a proporre ricorso. La vicenda giudiziaria, iniziata nel 2019 per contestare all’allora ministro dell’Interno il reato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio, si conclude quindi senza ulteriori gradi di giudizio. La decisione sancisce che le condotte contestate — in particolare il divieto di sbarco imposto alla nave della ONG con decine di migranti a bordo — rientravano nella sfera delle prerogative politiche e amministrative esercitate dal titolare del Viminale nel contesto delle politiche migratorie del governo di allora.


Il tribunale aveva già assolto Salvini con formula piena, ritenendo che le decisioni prese nei giorni critici dell’agosto 2019 fossero parte di una strategia condivisa dall’esecutivo e non configurassero un abuso di potere personale. L’impostazione dei giudici riconosce che la gestione degli sbarchi, in quel periodo, si fondava su una linea politica esplicita, volta a limitare l’ingresso dei migranti irregolari e a spingere per una redistribuzione europea. La presenza a bordo della nave di minori e persone vulnerabili, elemento su cui si era concentrata la parte civile, non è stata ritenuta sufficiente a dimostrare l’illegittimità del provvedimento di ritardo nello sbarco.


Il ritiro del ricorso da parte della procura generale rafforza ulteriormente il quadro delineato in primo grado, chiudendo una delle vicende giudiziarie più rilevanti e simboliche relative alla gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. La decisione sottolinea che gli atti contestati non superavano il limite dell’esercizio discrezionale delle funzioni ministeriali, pur inserendosi in un quadro politico fortemente divisivo. Per i giudici, il ritardo nello sbarco non aveva determinato una privazione illegittima della libertà personale dei migranti, poiché la nave si trovava comunque in una condizione di assistenza garantita, con la possibilità di ricevere supporto sanitario e beni essenziali.


La conferma dell’assoluzione suscita reazioni contrastanti nel dibattito pubblico e politico. Le associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei migranti esprimono preoccupazione per un precedente che, a loro avviso, potrebbe legittimare future prassi restrittive nella gestione delle operazioni di soccorso in mare. Sottolineano inoltre che la sentenza non affronta il nodo strutturale del coordinamento europeo e delle responsabilità degli Stati membri in materia di accoglienza. Sul fronte politico, invece, il risultato viene interpretato come un riconoscimento della legittimità delle scelte adottate nel 2019 e della necessità di regole più ferme per la gestione dei flussi migratori.


La vicenda giudiziaria conferma la complessità del rapporto tra obblighi internazionali di soccorso, diritti fondamentali dei naufraghi e competenze degli Stati in materia di controllo delle frontiere. Il caso Open Arms aveva rappresentato uno dei momenti più intensi del confronto tra ONG e governo italiano, con risvolti diplomatici e istituzionali che avevano coinvolto diversi Paesi europei. La sentenza definitiva chiude il profilo penale, ma non esaurisce il dibattito sulle modalità con cui l’Italia e l’Europa intendono affrontare il fenomeno migratorio.


La conclusione del procedimento lascia spazio a una riflessione più ampia sull’equilibrio tra legalità internazionale, potere politico e tutela dei diritti. La posizione dei giudici evidenzia che, in assenza di violazioni manifeste delle norme internazionali e nazionali, la responsabilità penale non può sostituirsi al giudizio politico sulle scelte dell’esecutivo. Il caso Open Arms, pur chiuso nelle aule di giustizia, continuerà a rappresentare un riferimento centrale nel confronto pubblico sulle politiche migratorie, sulle prerogative ministeriali e sulla gestione delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo.

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