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Non studiano, non si formano e non lavorano, l’Italia seconda in Europa per Neet tra squilibri strutturali e frattura generazionale

L’Italia si colloca ai vertici europei per numero di Neet, giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, un dato che restituisce l’immagine di una frattura profonda e persistente nel rapporto tra nuove generazioni, sistema educativo e mercato del lavoro. Essere secondi in Europa per incidenza di Neet non rappresenta soltanto un indicatore statistico negativo, ma il segnale di uno squilibrio strutturale che coinvolge politiche pubbliche, assetto produttivo e dinamiche sociali. Il fenomeno riguarda una fascia ampia di giovani, spesso intrappolati in una condizione di inattività prolungata che riduce progressivamente competenze, motivazione e possibilità di reinserimento. La dimensione del problema assume un rilievo ancora maggiore se letta in prospettiva demografica, perché colpisce una generazione numericamente già ridotta e destinata a sostenere, nei prossimi anni, il peso del sistema economico e previdenziale.


Alla base dell’elevato numero di Neet in Italia vi è una combinazione di fattori che si alimentano a vicenda. Il sistema educativo fatica a garantire un collegamento efficace con il mondo del lavoro, producendo percorsi che non sempre rispondono alle esigenze reali delle imprese e dei territori. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro offre opportunità spesso frammentate, precarie e scarsamente attrattive, soprattutto nelle aree più deboli del Paese. Molti giovani si trovano di fronte a una scelta percepita come poco razionale tra l’accettazione di occupazioni instabili e sottopagate o il ritiro temporaneo dal mercato, che rischia però di trasformarsi in una condizione permanente. La formazione continua, che potrebbe rappresentare una via di uscita, resta poco accessibile o poco valorizzata, mentre le politiche attive del lavoro mostrano limiti evidenti in termini di efficacia e personalizzazione degli interventi.


Il fenomeno dei Neet presenta inoltre una forte dimensione territoriale e sociale. Il Mezzogiorno concentra le percentuali più elevate, riflettendo un divario storico che continua a pesare sulle possibilità di inserimento lavorativo dei giovani. In molte aree, l’assenza di un tessuto produttivo dinamico e di servizi adeguati riduce drasticamente le opportunità, alimentando una spirale di scoraggiamento e inattività. Anche il contesto familiare gioca un ruolo rilevante, perché la possibilità di contare su reti di sostegno può attenuare l’urgenza di entrare nel mercato del lavoro, ma allo stesso tempo rischia di cristallizzare situazioni di dipendenza prolungata. Questa dinamica contribuisce a rendere il fenomeno dei Neet meno visibile e più difficile da intercettare con politiche standardizzate, perché non sempre coincide con condizioni di disagio immediatamente percepibili.


L’impatto economico e sociale di un numero così elevato di Neet è rilevante e si estende ben oltre la dimensione individuale. La perdita di capitale umano rappresenta un costo implicito per l’intero sistema Paese, che rinuncia a competenze, energie e potenziale innovativo. La permanenza prolungata fuori da percorsi di studio e lavoro riduce la probabilità di un reinserimento stabile e di qualità, con effetti duraturi sulla produttività e sulla coesione sociale. Il rischio è quello di una generazione sospesa, che fatica a costruire un progetto di vita autonomo e a sentirsi parte attiva della società. In questo quadro, la posizione dell’Italia come seconda in Europa per Neet non è soltanto una classifica sfavorevole, ma il riflesso di un modello di transizione scuola-lavoro che continua a mostrare fragilità profonde e che richiede interventi strutturali, capaci di agire su istruzione, formazione, lavoro e politiche territoriali in modo coordinato e continuativo.

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