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Non solo Articolo 5: spesa militare, uscita dalla Nato e le complessità del Patto Atlantico

Il Patto Atlantico, firmato a Washington nel 1949, rappresenta il fondamento politico e giuridico della Nato. È un trattato che stabilisce obblighi precisi tra gli Stati membri e che, per oltre settant’anni, ha garantito un quadro di sicurezza collettiva basato sull’impegno reciproco. Spesso, quando se ne parla, l’attenzione si concentra sull’Articolo 5, quello che sancisce il principio di difesa collettiva. In realtà, il documento è molto più articolato e comprende anche altre disposizioni, che vanno dai meccanismi di consultazione politica fino agli obblighi di spesa e cooperazione tecnologica.


L’Articolo 5 prevede che un attacco armato contro un Paese membro sia considerato un’aggressione contro tutti. In quel caso, ciascun alleato si impegna a intervenire con le misure che ritiene necessarie, anche militari. Questo articolo è stato invocato una sola volta nella storia della Nato, dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. L’impegno non implica però un obbligo identico per ogni Stato: la risposta può variare da missioni militari dirette al sostegno logistico, dall’invio di mezzi e risorse al rafforzamento delle strutture di difesa comuni.


Non meno importante è l’Articolo 4, che consente agli Stati membri di riunirsi e consultarsi quando ritengono che la propria sicurezza sia minacciata. È un dispositivo che si è rivelato cruciale in numerose occasioni, consentendo di prevenire escalation e di coordinare politiche comuni senza arrivare all’uso della forza. L’insieme di queste regole rappresenta il tessuto di relazioni e di responsabilità condivise che vanno oltre la sola dimensione militare.


Il tema della spesa militare è uno degli aspetti più discussi negli ultimi anni. L’Alleanza chiede da tempo che gli Stati membri aumentino il proprio bilancio della difesa, con l’obiettivo di arrivare al 2% del Pil. Più recentemente è emersa anche l’ipotesi di un innalzamento fino al 5%, una soglia che per Paesi come l’Italia significherebbe triplicare le risorse attualmente destinate al comparto. Nel 2024 Roma ha stanziato circa 35 miliardi di euro, pari all’1,3% del Pil. Portare la spesa al 5% implicherebbe destinare oltre 100 miliardi l’anno alla difesa, con un impatto enorme sulle altre voci del bilancio pubblico.


Gli investimenti non riguardano soltanto l’acquisto di armamenti, ma anche la modernizzazione tecnologica, la ricerca, la cyber-security e la formazione del personale. La Nato è infatti anche un sistema di interoperabilità: i Paesi membri devono poter utilizzare mezzi e sistemi compatibili, integrarsi nelle catene logistiche comuni e partecipare a programmi congiunti. Uscire dall’Alleanza significherebbe rinunciare a queste economie di scala, costringendo lo Stato a sviluppare in autonomia infrastrutture e tecnologie che oggi sono condivise.


Il tema dell’uscita dalla Nato è più teorico che pratico, ma presenta conseguenze significative. Sul piano della sicurezza, un Paese perderebbe la garanzia della difesa collettiva e sarebbe costretto a contare solo sulle proprie forze armate. Sul piano politico, verrebbe meno la credibilità internazionale associata all’appartenenza al blocco occidentale, con possibili ripercussioni sui rapporti diplomatici e commerciali. Sul piano economico, l’onere di mantenere da soli capacità militari complete comporterebbe costi difficilmente sostenibili, soprattutto per le medie potenze.


Accanto a queste considerazioni c’è anche il nodo delle consultazioni politiche. La Nato non è solo un’alleanza militare, ma anche un forum permanente in cui gli Stati si confrontano e si coordinano su crisi internazionali, minacce ibride, terrorismo e nuove sfide tecnologiche. Restare fuori significherebbe non partecipare a questi tavoli e non avere voce nella definizione delle strategie di sicurezza che, comunque, avrebbero ricadute anche su chi non fa parte dell’Alleanza.


Il Patto Atlantico, quindi, non si riduce a un solo articolo né a un impegno meramente simbolico. È un insieme di vincoli giuridici, politici e finanziari che modellano la politica estera e la sicurezza degli Stati membri, imponendo loro oneri crescenti ma offrendo in cambio un sistema di protezione e di cooperazione che pochi altri organismi internazionali sono in grado di garantire.

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