Netanyahu ribadisce: “Nessuno Stato palestinese”. Cresce la tensione diplomatica in Medio Oriente
- piscitellidaniel
- 12 set
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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato con fermezza che non vi sarà alcuno Stato palestinese, riaffermando una posizione che segna uno strappo rispetto alle pressioni della comunità internazionale e in particolare dell’amministrazione americana, che continua a sostenere la soluzione dei due Stati come unico percorso credibile per la pace in Medio Oriente. Le parole di Netanyahu hanno immediatamente alimentato nuove tensioni diplomatiche, generando reazioni critiche da parte dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e di diversi governi arabi.
Secondo quanto riportato dai media israeliani, Netanyahu avrebbe sottolineato che le condizioni attuali non permettono in alcun modo di prendere in considerazione la nascita di uno Stato palestinese indipendente. La motivazione principale, ribadita dal premier, riguarda la sicurezza: la creazione di uno Stato palestinese, a suo avviso, costituirebbe una minaccia esistenziale per Israele, soprattutto in un contesto caratterizzato dall’espansione delle milizie di Hamas e dalla crescente influenza iraniana nella regione.
La dichiarazione arriva in un momento già delicato. Sul terreno, la situazione è drammatica: i bombardamenti su Gaza proseguono e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Le organizzazioni umanitarie internazionali hanno più volte lanciato allarmi sulle condizioni della Striscia, dove mancano beni di prima necessità, cure mediche e infrastrutture minime. Allo stesso tempo, la Cisgiordania vive un’escalation di tensioni con scontri quotidiani e arresti che esasperano ulteriormente la popolazione.
La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere. L’Unione Europea ha ribadito che la prospettiva di due Stati, con confini sicuri e riconosciuti, resta l’unica soluzione accettabile e sostenibile. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha sottolineato che negare la possibilità di uno Stato palestinese significa alimentare una spirale di conflitti senza prospettiva di stabilità. Dall’altra parte, i Paesi arabi hanno reagito con durezza, denunciando l’ennesima chiusura da parte di Israele e chiedendo nuove iniziative diplomatiche per riportare la questione palestinese al centro dell’agenda internazionale.
Le parole di Netanyahu sono state accolte con favore dall’ala più radicale della politica israeliana, che da anni spinge per consolidare il controllo sui territori occupati e per rafforzare le politiche di sicurezza a scapito di ogni apertura diplomatica. Tuttavia, all’interno stesso di Israele non sono mancate critiche: settori dell’opposizione ritengono che una linea così rigida rischi di isolare il Paese e di compromettere le relazioni con partner storici, tra cui gli Stati Uniti.
Il presidente Joe Biden ha più volte ribadito che la creazione di uno Stato palestinese rimane una priorità della politica estera americana in Medio Oriente. Washington, pur garantendo un sostegno militare e politico costante a Israele, vede nella soluzione a due Stati l’unico modo per evitare un conflitto senza fine. Le dichiarazioni di Netanyahu mettono dunque a dura prova i rapporti con l’amministrazione americana, già segnati da divergenze su altri dossier sensibili.
Il contesto regionale rende il quadro ancora più complesso. L’Arabia Saudita, che negli ultimi anni aveva intrapreso un dialogo con Israele in vista di possibili accordi di normalizzazione, ha espresso forte preoccupazione. La prospettiva di una normalizzazione senza progressi sul fronte palestinese diventa ora ancora più difficile da sostenere sul piano interno e regionale. Anche la Giordania e l’Egitto, storici partner di Israele, hanno sottolineato che la negazione di uno Stato palestinese mina le fondamenta stesse degli accordi di pace firmati in passato.
Sul piano interno, la dichiarazione di Netanyahu appare anche come un segnale politico rivolto alla sua base elettorale. In un momento in cui la sua leadership è messa alla prova da difficoltà interne e da contestazioni legate alla gestione della guerra, riaffermare una linea dura sulla questione palestinese serve a consolidare il consenso dell’ala più nazionalista e religiosa del suo governo. Tuttavia, questo rischia di alimentare ulteriormente il conflitto, riducendo lo spazio per qualsiasi negoziato.
La posizione del premier israeliano sembra dunque chiudere, almeno per ora, ogni spiraglio di dialogo politico. Con Gaza devastata, la Cisgiordania in ebollizione e il fronte internazionale diviso tra chi spinge per la pace e chi rafforza le logiche securitarie, il Medio Oriente vive una fase di instabilità profonda. Le dichiarazioni di Netanyahu, lungi dall’essere solo un messaggio politico interno, rischiano di trasformarsi in un punto di non ritorno che peserà sulle prossime mosse diplomatiche e sulla possibilità stessa di immaginare una soluzione condivisa al conflitto israelo-palestinese.

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