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Netanyahu ribadisce il no allo Stato di Palestina: lo scontro diplomatico si riaccende all’Onu e Israele rilancia la linea della sicurezza

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha scelto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite per ribadire ancora una volta la sua posizione intransigente: nessuno Stato palestinese vedrà la luce sotto la sua leadership. Le parole del primo ministro sono arrivate in un momento particolarmente delicato per la politica internazionale, mentre cresce la pressione su Israele da parte di numerosi Paesi che hanno già riconosciuto la Palestina e chiedono un nuovo slancio verso la soluzione dei due Stati.


Netanyahu ha parlato con toni duri, sostenendo che un riconoscimento internazionale dello Stato palestinese rappresenterebbe “una ricompensa al terrorismo” e un pericolo per la sicurezza di Israele. Secondo il premier, la priorità resta garantire l’incolumità dei cittadini israeliani di fronte a un contesto che continua a vedere minacce da parte di Hamas e di altre fazioni armate. Il leader israeliano ha inoltre sottolineato che la creazione di uno Stato palestinese non solo non porterebbe stabilità, ma finirebbe per alimentare ulteriori tensioni in Medio Oriente.


Il discorso si inserisce in un contesto internazionale in rapida evoluzione. Negli ultimi mesi, diversi Paesi europei – tra cui Spagna, Irlanda e Norvegia – hanno annunciato il riconoscimento ufficiale della Palestina, mentre il Regno Unito ha compiuto un passo analogo che ha avuto un forte impatto simbolico. Con oltre 150 Stati che già riconoscono formalmente la Palestina, l’isolamento di Israele su questo fronte si fa più evidente, anche se resta saldo l’appoggio degli Stati Uniti, che continuano a sostenere la necessità di negoziati diretti senza scorciatoie diplomatiche.


L’intervento di Netanyahu all’Onu ha avuto l’effetto di rafforzare la frattura tra Israele e gran parte della comunità internazionale. I rappresentanti palestinesi hanno accusato Israele di chiudere ogni spiraglio di dialogo e hanno ribadito che il riconoscimento della Palestina non è una concessione ma un diritto sancito da risoluzioni internazionali e dal principio di autodeterminazione dei popoli. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha nuovamente invitato gli Stati membri delle Nazioni Unite ad agire, affermando che non è più possibile affidarsi esclusivamente ai negoziati bilaterali, interrotti ormai da oltre un decennio.


Sul piano interno, Netanyahu si muove in un equilibrio complesso. La sua coalizione di governo, dominata da partiti di destra e da componenti religiose ultraconservatrici, sostiene una linea dura non solo contro la creazione di uno Stato palestinese, ma anche in merito alla gestione dei territori occupati. Le politiche di insediamento nei territori della Cisgiordania proseguono senza sosta, alimentando le tensioni con la popolazione palestinese e attirando le critiche delle principali organizzazioni internazionali.


Le reazioni al discorso non si sono fatte attendere. Paesi europei come la Francia e la Germania, pur non avendo ancora riconosciuto formalmente la Palestina, hanno espresso preoccupazione per la chiusura di Israele a una prospettiva di lungo periodo basata su due Stati. Altri, come l’Egitto e la Giordania, che da anni svolgono un ruolo di mediazione, hanno sottolineato che senza un orizzonte politico chiaro il conflitto rischia di trascinarsi all’infinito, con conseguenze drammatiche per la stabilità dell’intera regione.


Dal punto di vista statunitense, l’amministrazione americana si trova in una posizione delicata. Pur confermando il sostegno a Israele e ribadendo la necessità di garantire la sua sicurezza, Washington non può ignorare la crescente pressione internazionale e l’insistenza di molti alleati europei ed extraeuropei che chiedono un cambio di passo. L’atteggiamento di Netanyahu rischia quindi di complicare ulteriormente la politica estera americana, già impegnata su altri fronti come Ucraina e Indo-Pacifico.


La questione palestinese torna così con forza al centro della diplomazia globale. Negli ultimi anni, il tema era stato in parte oscurato da altre emergenze internazionali, ma le immagini della guerra a Gaza e la drammatica situazione umanitaria nei territori occupati hanno riportato il conflitto israelo-palestinese in cima all’agenda mondiale. Il discorso di Netanyahu, lungi dal riaprire uno spazio di dialogo, sembra aver confermato la distanza tra le parti e reso più difficile il compito di chi cerca di favorire una mediazione.


Il quadro resta quello di un conflitto bloccato, dove ogni passo diplomatico incontra ostacoli insormontabili. La Palestina ottiene riconoscimenti crescenti sul piano internazionale, ma non vede prospettive concrete di sovranità. Israele mantiene il sostegno degli Stati Uniti e rafforza le proprie posizioni di sicurezza, ma rischia un isolamento politico sempre più marcato. Le Nazioni Unite restano il principale palcoscenico di questo confronto, che però fatica a produrre risultati tangibili in grado di avvicinare la prospettiva di una soluzione duratura.

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