Morti per annegamento in Europa ai minimi dal 2011: dati, tendenze e strategie preventive
- piscitellidaniel
- 16 set
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I dati più recenti di Eurostat mostrano che nel 2022 il numero di decessi per annegamento nei paesi dell’Unione Europea ha raggiunto il suo livello più basso da quando sono iniziate le rilevazioni nel 2011. In quell’anno gli annegamenti mortali rappresentavano il 4,2% di tutti gli incidenti mortali legati all’acqua; nel 2022 la quota è scesa al 2,8%. Il totale dei decessi per annegamento nel 2022 è stato di 4.810 persone, 194 in meno rispetto all’anno precedente.
Questo calo non è casuale ma emerge dopo anni di progressi graduali, sostenuti da politiche di prevenzione, migliori standard di sicurezza, maggiore consapevolezza pubblica, rafforzamento delle infrastrutture balneari e delle normative in materia di sorveglianza e assistenza in mare, nei laghi e nelle piscine. In Italia, ogni anno, si registrano circa 300-350 morti per annegamento; circa il 12% di questi casi riguarda bambini con età inferiore ai 18 anni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica che nella regione europea circa 20.000 persone muoiono ogni anno per annegamento. Sebbene le cifre siano in diminuzione, l’annegamento resta una delle principali cause evitabili di morte, soprattutto tra i bambini dai 5 ai 14 anni. Nel lungo periodo (dal 2000 al 2021) nella regione europea OMS si è registrato un calo del tasso di mortalità per annegamento del 68%, ma il progresso non è stato uniforme tra i Paesi: alcune aree dell’Europa orientale continuano a pagare prezzi più alti, con tassi significativamente più elevati rispetto ad altre regioni.
Le cause degli annegamenti sono molteplici. Spesso coinvolgono condizioni ambientali sfavorevoli come correnti, fondali irregolari, improvvisi cambiamenti metereologici, ma anche comportamento umano: incapacità di nuotare, assenza di sorveglianza, sottovalutazione dei rischi nell’acqua, uso di imbarcazioni non sicure. Nei bambini, cadute accidentali in piscine o corpi d’acqua non protetti rappresentano una porzione significativa del rischio.
Le strategie messe in campo per ridurre ulteriormente il numero di vittime si articolano su diversi fronti. Primo: formazione e alfabetizzazione fin dalla prima infanzia alla capacità natatoria, insegnare alle famiglie come comportarsi durante le attività in acqua, conoscenza dei segnali di pericolo, uso corretto dei dispositivi di galleggiamento. Secondo: potenziamento della sorveglianza nelle acque balneabili naturali e artificiali, con bagnini formati, segnaletica adeguata, restrizioni in caso di condizioni meteorologiche avverse. Terzo: regolamentazione più rigorosa per piscine private, strutture ricettive, impianti turistici, per garantire che norme di sicurezza, emergenza, primo soccorso, assistenza siano rispettate.
Altre misure includono campagne informative, protocolli per l’intervento di emergenza, uso di dispositivi tecnologici per monitoraggio (droni, sensori, allarme), controllo dei punti di accesso all’acqua, barriere protettive quando possibile, collaborazione tra autorità sanitarie, enti locali, associazioni di sicurezza. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità ha promosso osservatori, studi sulle cause, e un piano nazionale di prevenzione mirato agli annegamenti e agli incidenti in acque di balneazione, lago e piscina, con l’obiettivo di ridurre non solo i numeri ma la percezione del rischio.
Nonostante i miglioramenti, restano criticità che impediscono ulteriori progressi. Alcuni paesi non hanno ancora adottato standard omogenei nella raccolta dati, nella definizione di “annegamento fatale”, che escludono suicidi, omicidi, incidenti legati a trasporti o catastrofi naturali. Questa frammentazione ostacola confronti affidabili e la definizione di strategie pan-europee efficaci. Anche la copertura della sorveglianza nelle aree balneari naturali è disomogenea, le situazioni infrastrutturali in zone remote o meno sviluppate restano meno protette, la risposta di emergenza non sempre è pronta o adeguata.
È evidente che per ridurre ulteriormente il fenomeno non bastano le misure già in atto: serviranno politiche che integrino prevenzione, educazione, infrastrutture e normative. Maggiore coordinamento tra Stati membri, standard comuni europei, investimenti nella ricerca delle cause specifiche, monitoraggi costanti, responsabilità chiara dei gestori delle acque, e la capacità di rendere trasparenti e immediatamente accessibili le informazioni sul rischio al pubblico. Vorresti che prepari anche una panoramica Paese per Paese, analizzando chi ha fatto meglio e chi è rimasto indietro rispetto a queste strategie preventive?

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