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Moldavia: il partito filo-Ue ottiene il 44,13 %, ma resta senza maggioranza — il Paese in bilico fra Europa e divisioni interne

Nelle elezioni parlamentari che hanno da poco segnato un nuovo capitolo nella storia politica della Moldavia, il partito guidato da Maia Sandu, dichiaratamente filo-europeo, ha raccolto il 44,13 % dei voti. Un risultato che conferma la forza del suo progetto pro-Ue, ma che non basta per consegnarle una maggioranza assoluta in Parlamento. La vittoria è netta sul piano simbolico, ma complessa sul piano istituzionale: bisognosa di alleanze e mediazioni in un contesto interno segnato da divisioni territoriali, dalla presenza della Transnistria e da una forte pressione esterna che non può essere sottovalutata.


Questa percentuale — pur elevata — è al di sotto della soglia che consente di governare in solitudine. Il 44,13 % diventa cifra spartiacque: mostra un sostegno consolidato ma non dominante. Occorre muoversi fra alleanze e compromessi, con partiti più piccoli e gruppi che rappresentano fasce del Paese meno orientate all’Europa. Il panorama politico moldavo resta fragile e composito: chi aspira a governare deve fare i conti non solo con i numeri delle urne, ma con le tensioni sociali e gli equilibri geopolitici che trasmettono onde verso qualsiasi Parlamento.


Il voto conferma la centralità del tema europeo nell’agenda moldava, ma evidenzia anche le sue contraddizioni. Da un lato, molti cittadini guardano all’Europa come a una prospettiva di crescita, diritti, modernizzazione e rispetto delle regole; dall’altro, in alcune zone i legami storici, culturali e linguistici con la Russia continuano a fare presa. Le regioni rurali, i distretti più remoti e le comunità periferiche spesso non si riconoscono interamente nei progetti europeisti, e sono lì che il 44,13 % mostra i suoi limiti.


La frammentazione parlamentare che si profila costringe il partito di maggioranza relativa a cercare accordi con forze minori: i partiti centrali moderati, alcune liste locali, anche l’opposizione pragmatica potrebbero trasformarsi in partner indispensabili per formare una coalizione operativa. Le trattative saranno delicate, perché ogni partner chiederà proprie garanzie, posti istituzionali, visibilità e attenzione per le sue basi elettorali.


Questo scenario apre diversi nodi critici. In primo luogo, la governabilità: senza margini netti, ogni riforma ambiziosa — economica, giuridica, energetica — rischia di essere bloccata o rallentata. Le riforme che riguardano adesione all’Ue, adeguamento legislativo, trasparenza amministrativa e lotta alla corruzione, richiedono scelte che potrebbero essere impopolari in alcune zone.


In secondo luogo, la pressione dell’esterno non è scollegata. Per la Moldavia il cammino europeo è sotto osservazione: gli Stati vicini, la Russia, le istituzioni europee stesse monitorano il voto come un test della stabilità del paese. Il risultato del 44,13 % sarà interpretato come un segnale forte, ma non rassicurante: il sostegno pro-Ue c’è, ma non domina. L’esterno potrà intervenire con incentivi, con richieste, ma anche con pressioni, offrendo supporto a chi si oppone o minando l’unità della coalizione.


In terzo luogo, il simbolismo politico è enorme. La vittoria relativa del partito filo-Ue conferma che l’ideologia dell’Europa è viva nel Paese, che il sogno europeo mantiene forza. Eppure, il fatto che non si sia raggiunta la maggioranza rende il mandato meno forte, più vulnerabile alla critica e al sabotaggio. I critici potranno dire che il sostegno non è stabile, che il governo sarà costretto a mediare troppo e che l’Europa stessa dovrà fare i conti con un esecutivo flessibile e forse timido.


Anche lo sguardo interno sarà vigile. La minoranza, che include partiti filo-russi, nazionalisti, forze locali contrarie all’integrazione europea, potrà esercitare un ruolo di contrappeso. Potranno chiedere emendamenti, blocchi tattici, trattative su temi sensibili come la lingua ufficiale, i diritti delle minoranze, il bilinguismo, la politica energetica e le relazioni con la Transnistria. In quel Parlamento, ogni voce avrà peso, e il 44,13 % da solo non sarà abbastanza.


Dietro le cifre emergono storie locali, attese di territori marginali, delusioni nelle aree più lontane da Chișinău e dall’orizzonte europeo, sguardi sospettosi verso Bruxelles, timori nei confronti del passaggio dall’assistenzialismo all’efficienza. Quelle comunità, che non si riconoscono completamente nel risultato, dovranno essere ascoltate se si vorrà che la coalizione di governo non resti una torre d’avorio.


Il 44,13 % è una cifra che ha potere simbolico: è un’istantanea che fotografa la fatica di un Paese in bilico fra due mondi. È il risultato che apre la porta, ma non la spalanca. È la base da cui partire, non l’arrivo. In Moldavia, fra Europa e divisioni storiche, il governo che nascerà dovrà muoversi con cautela, determinazione e capacità di tenere insieme voci spesso divergenti. La vera prova — oltre al voto — sarà trasformare quel 44,13 % in concretezza, credibilità, stabilità.

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