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Mobilità giovanile post-Brexit: Europa e Regno Unito trattano un nuovo accordo tra speranze e resistenze

A quasi un decennio dal referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, Bruxelles e Londra stanno lavorando a un possibile riavvicinamento sul tema della mobilità giovanile. La Commissione europea ha proposto ufficialmente l’avvio di negoziati per creare un accordo che consenta ai cittadini di età compresa tra i 18 e i 30 anni di circolare più liberamente tra le due sponde della Manica, con l’obiettivo di studiare, lavorare o semplicemente vivere un’esperienza di crescita in un Paese partner.


L’iniziativa rappresenta una svolta significativa in un contesto post-Brexit che ha finora visto un irrigidimento delle frontiere e l’imposizione di barriere burocratiche e finanziarie all’accesso dei giovani europei alle università e al mercato del lavoro britannico. L’accordo ipotizzato dalla Commissione prevede soggiorni fino a quattro anni, la possibilità di accedere a istituzioni universitarie con tariffe ridotte e l’esenzione dal pagamento del contributo obbligatorio al National Health Service (NHS), attualmente richiesto agli studenti e lavoratori stranieri.


Da parte britannica, il governo guidato da Keir Starmer ha manifestato un’apertura verso la proposta, ma con alcune condizioni. Londra intende strutturare il nuovo schema sulla base dei Youth Mobility Schemes già esistenti con paesi terzi come Canada, Australia e Nuova Zelanda. Secondo questa impostazione, i soggiorni verrebbero limitati a un massimo di due anni, con possibilità di proroga per un terzo, e sarebbero soggetti a quote annuali predeterminate. Inoltre, la proposta di Downing Street prevede la firma di accordi bilaterali separati con i singoli Stati membri dell’UE, anziché un’intesa multilaterale con Bruxelles.


Questa impostazione, tuttavia, ha sollevato più di una perplessità nelle istituzioni europee. La Commissione ritiene essenziale preservare l’unitarietà del mercato e garantire pari trattamento a tutti i giovani dei 27 Stati membri, evitando discriminazioni tra i cittadini europei e il ritorno a una dinamica diplomatica frammentata. L’idea di accordi su base bilaterale, inoltre, rischia di creare un mosaico di regole diverse e di compromettere l’equità di accesso alle opportunità.


Il tema tocca anche nodi politici delicati. Durante la campagna referendaria del 2016, la libertà di movimento era stata uno degli elementi centrali del dibattito sulla Brexit, con promesse di maggiore controllo dei confini e dell’immigrazione. Riaprire la porta a una forma anche solo parziale di libera circolazione potrebbe innescare tensioni interne al Regno Unito, soprattutto tra l’elettorato più conservatore. Per questo motivo, il governo Starmer ha adottato una posizione prudente, cercando di bilanciare la volontà di rilanciare le relazioni con l’Europa con la necessità di non alienare una parte della propria base politica.


Allo stesso tempo, le pressioni per favorire una maggiore apertura arrivano anche dal mondo accademico, dal settore delle imprese e dalle associazioni giovanili. Le università britanniche hanno registrato un calo delle iscrizioni da parte degli studenti europei, soprattutto dopo l’uscita dal programma Erasmus+ e l’introduzione di tasse universitarie più alte per i non britannici. Il mondo produttivo lamenta una carenza di manodopera qualificata e vede nella mobilità giovanile un’opportunità per attrarre talenti e mantenere vivo lo scambio culturale e professionale con il continente.


Il contesto internazionale, inoltre, spinge verso una maggiore cooperazione. In un’epoca segnata da sfide comuni – dalla transizione verde alla digitalizzazione, dalle crisi geopolitiche alla lotta alle disuguaglianze – rafforzare il dialogo e la condivisione di esperienze tra le nuove generazioni appare una necessità strategica. In questa direzione vanno anche gli altri dossier aperti tra Regno Unito e UE, come la cooperazione nella difesa, la gestione dei dati e la ricerca scientifica.


In attesa di un possibile accordo, l’interesse delle nuove generazioni è alto. Giovani da entrambe le parti esprimono il desiderio di vedere riaperte le porte per esperienze formative e lavorative all’estero, senza i vincoli imposti dalla burocrazia post-Brexit. Secondo recenti sondaggi, oltre il 70% dei cittadini under 30 del Regno Unito sarebbe favorevole a un’intesa con l’Unione Europea sulla mobilità, così come la stragrande maggioranza dei coetanei europei. La speranza diffusa è che la politica riesca a intercettare questa domanda e a fornire strumenti concreti per tornare a viaggiare, imparare e crescere oltre confine.

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