Metano su Makemake: la scoperta che illumina i confini del Sistema Solare
- piscitellidaniel
- 25 set
- Tempo di lettura: 3 min
A miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, tra i ghiacci eterni della fascia di Kuiper, Makemake si conferma uno degli oggetti più affascinanti e misteriosi del Sistema Solare. Le recenti osservazioni compiute con strumenti di ultima generazione hanno rilevato la presenza di metano sulla sua superficie, un dato che apre nuove prospettive sulla natura di questo pianeta nano e sulla complessità dei processi chimici che avvengono nei mondi lontani oltre Nettuno.
Makemake, con un diametro stimato intorno ai 1.430 chilometri, è uno dei più grandi corpi transnettuniani. Il suo nome deriva da una divinità dell’Isola di Pasqua, scelta per richiamare il carattere remoto e enigmatico dell’oggetto. A differenza di asteroidi e comete, la sua dimensione e la sua densità lo collocano a pieno titolo tra i pianeti nani riconosciuti dall’Unione Astronomica Internazionale. La sua superficie, estremamente riflettente, è ricoperta da ghiacci di metano, etano e altri idrocarburi che gli conferiscono una brillantezza superiore rispetto a molti corpi della stessa regione.
La novità emersa dalle ultime ricerche è la rilevazione di metano non solo in forma solida, ma anche in tracce gassose. Ciò significa che una parte del ghiaccio superficiale sublima, passando direttamente dallo stato solido a quello gassoso, probabilmente a causa dell’interazione con la radiazione solare o di leggere variazioni termiche locali. Questo processo indica che Makemake non è un corpo completamente statico, ma possiede ancora dinamiche attive, per quanto lente e difficili da percepire dalla distanza della Terra.
L’analisi isotopica del metano suggerisce che questo gas potrebbe avere un’origine primordiale, risalente alla formazione del Sistema Solare. Sarebbe quindi un frammento della materia originaria che, intrappolato nei ghiacci, si è conservato per miliardi di anni. Al tempo stesso, alcuni modelli ipotizzano che possano esistere ancora processi interni, legati al calore residuo del pianeta nano, in grado di rilasciare volatili dalle profondità verso la superficie. L’idea che Makemake possa conservare una forma di attività geologica, anche minima, affascina la comunità scientifica perché ribalta l’immagine tradizionale di questi corpi come mondi “morti”.
Oltre al metano, gli strumenti hanno individuato tracce di altri composti come etano, acetilene e alcol metilico. Queste molecole, formatesi probabilmente attraverso processi di fotolisi dovuti all’irraggiamento solare, contribuiscono a colorare la superficie e a modificare l’albedo. La presenza di idrocarburi complessi suggerisce che Makemake non sia solo un blocco di ghiaccio, ma un archivio chimico capace di raccontare la storia primitiva del nostro Sistema Solare.
Le condizioni estreme in cui si trova rendono Makemake un laboratorio naturale. Orbita intorno al Sole in circa 310 anni terrestri, con una traiettoria molto inclinata rispetto al piano dell’eclittica. La distanza dal Sole varia notevolmente, passando da circa 38 a oltre 50 unità astronomiche, fattore che influisce sulle dinamiche superficiali. Sebbene la radiazione solare sia minima, basta a innescare processi di sublimazione e ricondensazione dei volatili.
Il confronto con altri corpi simili come Plutone, Eris e Tritone è inevitabile. Tutti mostrano superfici ricche di ghiacci volatili, ma con storie e caratteristiche diverse. Plutone, ad esempio, ha dimostrato di avere una sorprendente attività geologica e un’atmosfera dinamica. Eris, più distante e freddo, conserva metano ghiacciato ma non mostra al momento fenomeni significativi di rilascio gassoso. Makemake, con le sue tracce di metano in fase gassosa, si colloca in una posizione intermedia, dimostrando che anche i pianeti nani lontani possono riservare sorprese inattese.
La scoperta del metano ha implicazioni anche per lo studio della formazione del Sistema Solare. Se confermata l’origine primordiale, significa che Makemake conserva ancora parte del materiale originale della nebulosa solare. In questo senso, lo studio dei suoi ghiacci potrebbe fornire informazioni preziose su come si siano aggregati i primi planetesimi e su come siano evoluti i composti volatili nelle regioni più esterne del nostro sistema.
Makemake ci costringe quindi a riconsiderare l’immagine dei mondi remoti come corpi inerti e silenziosi. Al contrario, questi oggetti custodiscono una memoria geologica e chimica che resiste da miliardi di anni, e che oggi, grazie alle nuove tecnologie osservative, possiamo iniziare a decifrare. L’individuazione del metano non è soltanto un dettaglio chimico: è la prova che anche ai confini estremi del nostro universo domestico esistono dinamiche sottili, ma reali, che raccontano di un cosmo in continua evoluzione.

Commenti