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Mercati emergenti: tra rischi sistemici e potenzialità strategiche

Nel 2025 i mercati emergenti si trovano al centro di un complesso equilibrio tra vulnerabilità macroeconomiche, spinte riformatrici e nuove opportunità di crescita. Dopo il rallentamento globale post‑pandemico e le recenti tensioni geopolitiche, questi Paesi mostrano traiettorie divergenti, con alcuni in fase di consolidamento strutturale e altri ancora prigionieri di instabilità fiscale, inflazione elevata e fragilità istituzionale.

La volatilità finanziaria globale, acuita dal comportamento attendista delle banche centrali occidentali e dal rafforzamento del dollaro, ha colpito duramente molte economie in via di sviluppo. L’aumento dei tassi d’interesse nei Paesi avanzati ha determinato deflussi di capitali dai mercati emergenti, con conseguente deprezzamento delle valute locali, aumento del costo del debito estero e pressione sul bilancio pubblico.

Tuttavia, nonostante tali criticità, i mercati emergenti mantengono un elevato potenziale di attrattività per gli investitori. L’espansione della classe media, la digitalizzazione dei servizi finanziari, la crescita demografica e l’aumento della produttività in alcuni settori chiave — come energia rinnovabile, fintech e logistica — rappresentano driver di sviluppo strutturale.

La Cina resta il baricentro dell’economia emergente, ma è in fase di transizione da un modello export‑oriented a uno più domestico e tecnologicamente autonomo. L’India, in parallelo, guadagna centralità con tassi di crescita superiori al 6%, un forte impulso agli investimenti infrastrutturali e un ecosistema tech in rapida evoluzione. Altri protagonisti sono Indonesia, Vietnam, Nigeria, Brasile e Messico, seppure con forti eterogeneità in termini di stabilità politica e qualità istituzionale.

Sul piano geopolitico, la ridefinizione delle catene del valore globali sta favorendo il nearshoring e il friendshoring, che premiano i Paesi emergenti prossimi ai grandi mercati di consumo — come il Messico rispetto agli Stati Uniti, o la Polonia rispetto alla Germania. Questo fenomeno consente la riallocazione degli investimenti industriali, ma richiede riforme strutturali per sostenere la competitività logistica, la sicurezza giuridica e la stabilità normativa.

L’integrazione regionale rappresenta un ulteriore fattore abilitante: accordi come l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), il Mercosur, l’ASEAN e il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) stanno creando piattaforme regionali di scambio, innovazione e resilienza.

In conclusione, i mercati emergenti non sono un blocco monolitico, ma un mosaico di esperienze in evoluzione. Chi saprà investire con visione di lungo periodo, selezionando i Paesi più virtuosi sul piano delle riforme e della governance, potrà cogliere ritorni significativi in un contesto globale sempre più policentrico.

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