Manifatturiero: tra rincari e calo della domanda
- Giuseppe Politi

- 18 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Il settore manifatturiero italiano, storico motore dell’economia nazionale, sta vivendo una fase di profonda ristrutturazione. Dopo il rimbalzo post-pandemico che ha caratterizzato il biennio 2021–2022, il 2024 ha segnato una brusca frenata, proseguita anche nel primo semestre del 2025. I dati Istat registrano una contrazione dell’indice della produzione industriale del -2,1% rispetto all’anno precedente, con flessioni significative nei comparti della metallurgia, del tessile e della meccanica tradizionale.
Il rallentamento non è uniforme, ma interessa in modo trasversale sia le grandi aziende esportatrici che le PMI orientate al mercato interno. A preoccupare non è solo il calo degli ordini, ma soprattutto la combinazione di fattori esogeni che rendono difficile pianificare investimenti, gestire i costi e mantenere margini operativi sostenibili. Tra questi: l’aumento dei prezzi delle materie prime, la volatilità energetica e il rallentamento della domanda estera, in particolare in Germania e Cina.
Uno degli elementi più critici resta il costo dell’energia. Nonostante la normalizzazione rispetto ai picchi del 2022, i prezzi di elettricità e gas restano elevati rispetto alla media europea. L’Italia continua a scontare una struttura produttiva energivora e una dipendenza ancora significativa dalle fonti fossili. Le imprese, soprattutto nei distretti industriali del Nord, segnalano un aumento medio dei costi energetici del +27% rispetto al 2021, con punte oltre il 40% per le fonderie, la ceramica e il comparto alimentare.
A ciò si somma il nodo dell’approvvigionamento di materiali strategici, come acciaio, alluminio, rame, componenti elettronici e plastiche tecniche. Le tensioni geopolitiche globali, la crisi del Mar Rosso e l’instabilità nei rapporti commerciali con l’Asia orientale hanno frammentato le catene logistiche, aumentato i tempi di consegna e ridotto la prevedibilità dei costi.
Le esportazioni, tradizionale ancora di salvezza del manifatturiero italiano, stanno mostrando segnali di affaticamento. Nei primi cinque mesi del 2025 si è registrato un calo dell’export del -1,8%, con punte negative nei settori dell’automazione industriale e del tessile-moda. La contrazione della domanda tedesca e la stretta monetaria negli Stati Uniti hanno rallentato gli ordini, mentre la concorrenza asiatica ha intensificato la pressione sui prezzi.
Dal punto di vista finanziario, molte aziende stanno posticipando gli investimenti in automazione e digitalizzazione, rinviando le scelte strategiche a tempi più favorevoli. Il costo del credito è aumentato in modo sostanziale: i finanziamenti a medio termine per l’acquisto di macchinari registrano tassi tra il 5,2% e il 6,3%, con criteri di erogazione più selettivi da parte del sistema bancario. Il rischio è che si crei una spirale di sottocapitalizzazione, con effetti negativi sulla competitività di lungo periodo.
Le imprese più dinamiche stanno reagendo attraverso politiche di reshoring, verticalizzazione della produzione, ampliamento del portafoglio clienti e alleanze strategiche. Tuttavia, il processo è lento e non alla portata di tutte le realtà, in particolare per le microimprese e le imprese a gestione familiare.
Il Governo ha annunciato una revisione del Piano Transizione 5.0, con nuovi incentivi agli investimenti green e digitali, oltre a misure per la compensazione energetica e il credito d’imposta per l’export. Tuttavia, le associazioni industriali chiedono maggiore rapidità nei decreti attuativi, semplificazione degli accessi e uno sforzo in più per la riduzione del cuneo fiscale sugli investimenti produttivi.
Il rischio, secondo molti osservatori, è che l’Italia perda terreno nella corsa alla reindustrializzazione europea, in un momento in cui l’Unione Europea sta puntando su autonomia strategica, sovranità tecnologica e filiere produttive integrate. Senza una strategia coerente, il manifatturiero italiano rischia di uscire ridimensionato da questa fase di turbolenza, con conseguenze dirette sull’occupazione, sull’export e sull’intera bilancia economica nazionale.




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