Lavrov boccia il Vaticano come sede per i negoziati di pace: "Non è il luogo adatto per due Paesi ortodossi"
- piscitellidaniel
- 23 mag
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Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha definito “irrealistica” l’ipotesi di un secondo round di negoziati di pace tra Russia e Ucraina presso il Vaticano. In un’intervista rilasciata nella giornata del 23 maggio, Lavrov ha espresso con fermezza la posizione del Cremlino rispetto alla proposta, avanzata nei giorni scorsi da ambienti diplomatici internazionali, di coinvolgere la Santa Sede come sede dei futuri colloqui. Secondo Lavrov, il Vaticano non rappresenterebbe un contesto neutrale adeguato per due Paesi a maggioranza ortodossa come Russia e Ucraina, sottolineando che una tale scelta potrebbe risultare culturalmente e religiosamente inopportuna, non solo per Mosca, ma anche per la stessa diplomazia vaticana.
L’uscita del ministro russo giunge in un momento di nuova tensione diplomatica, mentre gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump in prima linea, premono per una ripresa dei negoziati e guardano proprio al Vaticano come possibile sede. Trump avrebbe indicato il mese di giugno come finestra utile per una ripresa del dialogo, con l’obiettivo di sfruttare la neutralità storica della Santa Sede e il prestigio morale del pontefice per rompere l’impasse tra Mosca e Kiev.
Ma le parole di Lavrov hanno chiaramente raffreddato l’iniziativa. Il ministro ha ribadito che la Russia non accetterà mai un quadro negoziale in cui venga messa in discussione quella che definisce la “sicurezza dei russofoni in Ucraina”. Ha inoltre accusato il governo di Zelensky di essere il frutto di un “colpo di Stato” e di esercitare una “giunta neonazista”, confermando la retorica che da anni accompagna la propaganda del Cremlino sulla questione ucraina. In quest’ottica, ogni tentativo di mediazione che parta da premesse incompatibili con la narrativa russa viene respinto al mittente.
La Santa Sede, dal canto suo, continua a mostrare disponibilità a offrire una piattaforma di dialogo. Papa Leone XIV, primo pontefice di origine statunitense, ha più volte ribadito la volontà di facilitare ogni sforzo per la pace, mantenendo contatti regolari sia con Mosca che con Kiev. Tuttavia, il ruolo vaticano come mediatore appare oggi più fragile, anche a causa del rifiuto russo e della mancanza di segnali concreti da parte di Kiev, che rimane scettica sulla possibilità di negoziare con una Russia che non rinuncia ad attacchi armati e operazioni militari nei territori occupati.
L’ostacolo rappresentato dalla scelta della sede non è solamente simbolico. Il luogo dei negoziati rappresenta un fattore decisivo nell’impostazione del dialogo, nella percezione delle parti e nella costruzione di fiducia reciproca. La proposta di un contesto “cattolico” come quello del Vaticano è vista da Mosca non solo come culturalmente distante, ma anche come implicitamente schierato, nonostante gli sforzi diplomatici della Santa Sede per rimanere equidistante.
Parallelamente, si moltiplicano i segnali di stallo sul fronte militare. Nelle ultime settimane, le forze russe hanno intensificato gli attacchi su Kharkiv e nella regione del Donbass, mentre l’esercito ucraino continua a resistere grazie al sostegno militare statunitense e europeo. Il conflitto, che entra nel suo quarto anno, non mostra al momento segnali concreti di de-escalation, e i tentativi di mediazione restano frammentari.
L’intervento di Lavrov non esclude totalmente la possibilità di negoziati futuri, ma chiude nettamente la porta alla proposta vaticana, evidenziando come ogni dialogo, per Mosca, debba partire da presupposti ideologici e geopolitici ben precisi. In questo scenario, la diplomazia internazionale si trova ancora una volta a dover ricalibrare i propri tentativi, tra rigidità di Mosca, vulnerabilità di Kiev e la difficoltà di trovare un interlocutore neutrale che sia accettato da entrambe le parti.

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