Lavoro giovanile in Italia: tra aspettative disattese e nuove rotte professionali
- Giuseppe Politi

- 9 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Il lavoro giovanile in Italia continua a rappresentare una delle grandi sfide irrisolte della politica economica nazionale. Nonostante un lieve miglioramento nei dati occupazionali, il tasso di disoccupazione under 30 resta tra i più alti d’Europa, con profonde disparità territoriali e un crescente disallineamento tra formazione e domanda di competenze.
Molti giovani, pur possedendo titoli di studio elevati, si trovano intrappolati in un mercato del lavoro rigido, segmentato e poco meritocratico. I contratti a termine, i tirocini sottopagati e le collaborazioni occasionali costituiscono ancora l’ingresso prevalente nel mondo professionale, generando incertezza, mobilità forzata e ritardi nei progetti di vita.
Parallelamente, cresce però una generazione che sperimenta percorsi alternativi: autoimprenditorialità, lavori digitali, nomadismo professionale e freelance in ambito creativo, tecnologico o consulenziale. Le professioni legate al digitale, all’intelligenza artificiale, all’economia verde e alla comunicazione sono in rapida espansione, ma richiedono aggiornamento continuo, flessibilità estrema e resilienza personale.
Il problema principale resta l’assenza di un sistema strutturato di orientamento, formazione professionalizzante e accompagnamento al lavoro. Le politiche attive del lavoro restano deboli e frammentate, mentre la scuola e l’università spesso faticano a dialogare con le imprese. Gli ITS (Istituti Tecnici Superiori), pur promettenti, coprono una quota ancora troppo marginale del fabbisogno formativo nazionale.
L’emergenza non è solo occupazionale, ma sociale e generazionale. I giovani italiani scontano il peso di aspettative frustrate, carenze sistemiche e una narrativa collettiva che spesso li etichetta come “fragili” o “poco motivati”. Eppure, in molti casi, si tratta di una generazione lucida, competente, capace di adattarsi rapidamente ai mutamenti del contesto globale.
Per ridare centralità al lavoro giovanile serve una riforma profonda dell’intero ecosistema: strumenti contrattuali moderni, incentivi all’assunzione stabili e strutturali, percorsi di mentoring e una narrazione pubblica che riconosca ai giovani un ruolo attivo nella costruzione del futuro economico del Paese.




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