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Lavoro e salari: l’Europa verso una nuova stagione contrattuale

Il 2025 segna un punto di svolta per il mercato del lavoro europeo. Dopo anni di stagnazione salariale, l’inflazione persistente e la carenza di manodopera qualificata hanno spinto i governi e i sindacati a rivedere le dinamiche contrattuali. In molti Paesi dell’Unione, si registra un incremento medio dei salari tra il 4% e il 6%, con picchi superiori nei settori della logistica, dell’assistenza sanitaria e dell’industria digitale. Tuttavia, la crescita dei redditi non basta ancora a compensare pienamente la perdita di potere d’acquisto subita durante la crisi energetica del 2022-2024.

L’Italia, in particolare, vive una fase di forte rinegoziazione collettiva. I contratti del pubblico impiego e del commercio sono stati aggiornati con aumenti medi di 120 euro netti al mese, ma la distanza con la media europea rimane evidente. Il salario minimo, fissato in molti Paesi dell’UE tra 1.500 e 1.800 euro mensili, continua a essere oggetto di dibattito a Roma, dove la frammentazione contrattuale e la presenza di microimprese rallentano il processo.

Le imprese, dal canto loro, lamentano un aumento dei costi del lavoro e difficoltà nel reperire profili tecnici. Secondo Eurostat, il tasso di posti vacanti in Europa è al 2,8%, ma sale al 4% in Germania e al 3,6% in Italia. Ciò riflette una transizione economica in atto: la domanda si sposta verso competenze digitali, energetiche e gestionali, mentre le professioni tradizionali perdono centralità.

Le politiche pubbliche puntano a rafforzare la formazione continua e l’apprendimento duale. Il Piano europeo per le competenze prevede 60 miliardi di euro di investimenti entro il 2030 per colmare il mismatch tra domanda e offerta. Le aziende che investono in formazione riceveranno crediti d’imposta fino al 20% delle spese sostenute.

Il lavoro del futuro sarà più qualificato, più flessibile e più digitale. Tuttavia, resta aperta la questione della produttività: l’Europa deve trovare un equilibrio tra tutela dei lavoratori e competitività globale, evitando che gli aumenti salariali si traducano in nuova inflazione. La sfida dei prossimi anni sarà dunque quella di coniugare crescita dei redditi e innovazione strutturale.

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