top of page

Lavoro e produttività: il paradosso italiano nel nuovo ciclo economico

L’Italia si trova, nel 2025, al centro di un paradosso economico strutturale: l’occupazione cresce, ma la produttività stenta. Il tasso di disoccupazione scende all’8,1 %, ai minimi da oltre dieci anni, e la domanda di lavoro supera in diversi settori l’offerta disponibile. Eppure, l’output per ora lavorata rimane stagnante, con un divario crescente rispetto alla media UE e una difficoltà diffusa nel trasformare forza lavoro in valore aggiunto.

Il fenomeno, già noto da tempo, assume oggi contorni nuovi a causa dei cambiamenti demografici, digitali e settoriali che stanno ridefinendo l’intero tessuto economico.

Una crescita “quantitativa” dell’occupazione

L’aumento dell’occupazione in Italia è reale, ma prevalentemente concentrato in attività a basso contenuto tecnologico e scarso valore aggiunto: servizi alla persona, logistica leggera, micro-commercio, turismo stagionale. Il numero di ore lavorate è aumentato in modo significativo, ma la composizione del lavoro è sempre più orientata verso impieghi part-time, contratti a tempo determinato e segmenti ad alta rotazione.

Le imprese, in un contesto di incertezza macro e vincoli regolatori, tendono a espandere la forza lavoro orizzontalmente, rinunciando a investire in capitale fisso e innovazione di processo. Questo rallenta la crescita della produttività totale dei fattori, fondamentale per sostenere i salari reali nel medio termine.

Demografia e skill mismatch

La questione demografica incide in modo trasversale: l’invecchiamento della popolazione restringe la platea attiva e sposta l’occupazione verso attività meno dinamiche. Al tempo stesso, le nuove generazioni, spesso sovraqualificate rispetto ai ruoli disponibili, accettano impieghi non coerenti con il proprio percorso formativo, alimentando un mismatch di competenze che riduce l’efficienza del sistema produttivo.

Inoltre, il ritardo nella formazione tecnica e nell’aggiornamento professionale – in particolare nei settori manifatturieri e industriali – limita l’adozione delle tecnologie digitali e la transizione verso modelli produttivi 4.0.

Sud, divari territoriali e capitale umano

Il Mezzogiorno continua a registrare tassi di occupazione inferiori alla media nazionale, ma è anche l’area dove maggiore è il potenziale inespresso. La migrazione dei giovani qualificati verso il Nord o l’estero impoverisce il capitale umano locale, impedendo una reale valorizzazione delle risorse.

Le aziende del Sud, spesso microimprese a conduzione familiare, incontrano difficoltà a reclutare tecnici specializzati, digital manager o profili STEM. Gli incentivi pubblici, se non accompagnati da strategie di formazione e da un ecosistema industriale adeguato, si limitano a tamponare l’emorragia occupazionale senza innescare processi virtuosi.

Tecnologia e organizzazione del lavoro

Molte imprese italiane hanno adottato strumenti digitali (gestionali cloud, piattaforme e-commerce, software di contabilità), ma senza modificare in modo strutturale l’organizzazione del lavoro. Si assiste a un’“informatizzazione superficiale” che non si traduce in vera automazione né in efficienza produttiva.

Le realtà più avanzate – in particolare in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia – mostrano che laddove l’adozione tecnologica è accompagnata da nuovi modelli organizzativi (team multidisciplinari, approccio lean, co-progettazione), la produttività cresce anche con risorse umane costanti.

Salari, contrattazione e incentivi

Il tema salariale è centrale. I salari reali in Italia sono stagnanti da oltre vent’anni. Le imprese, pur registrando una moderata crescita dei margini, esitano a riconoscere aumenti stabili, puntando su premi una tantum o su welfare integrativo. La contrattazione collettiva è spesso disallineata rispetto alle specificità aziendali e territoriali, e i contratti nazionali coprono ambiti troppo ampi per incentivare la produttività individuale.

Un sistema di contrattazione più flessibile, unito a detassazioni mirate su produttività e partecipazione azionaria, potrebbe innescare una dinamica virtuosa di corresponsabilità tra impresa e lavoratore.

Conclusione

Il vero nodo non è lavorare di più, ma lavorare meglio. Senza una strategia nazionale per la produttività – che comprenda digitalizzazione, formazione continua, semplificazione burocratica e infrastrutture efficienti – l’Italia rischia di consolidare un modello di “bassa crescita ad alta occupazione” che non può reggere nel lungo periodo.

Il tempo è maturo per una svolta culturale: dalla quantità alla qualità del lavoro. Solo così si potrà conciliare inclusione, redditività e competitività.

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page