Lavoro e intelligenza artificiale: nuove competenze per restare occupabili
- Giuseppe Politi

- 30 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Nel 2025, il mercato del lavoro è attraversato da una trasformazione radicale. L’intelligenza artificiale non è più una promessa tecnologica, ma una realtà operativa che impatta profondamente mansioni, modelli organizzativi e relazioni professionali. In Italia, il dibattito non è più su se l’IA cambierà il lavoro, ma come e chi riuscirà ad adattarsi in tempo.
Mentre alcuni profili professionali scompaiono o si riducono, altri emergono con forza, ma richiedono skill ibride, aggiornamenti continui e una predisposizione al cambiamento che non tutti posseggono. La questione dell’occupabilità diventa centrale: non basta avere un lavoro, occorre sapere restare rilevanti.
Professioni a rischio e nuove figure emergenti
Le professioni ripetitive e codificabili sono le più esposte alla sostituzione algoritmica: addetti alla contabilità, operatori di call center, tecnici amministrativi, data entry. In questi ambiti, l’IA generativa e i sistemi di automazione cognitiva stanno riducendo il fabbisogno di personale umano, con effetti visibili anche nei concorsi pubblici e nei processi di digitalizzazione della PA.
Al contrario, si aprono nuove frontiere per:
esperti di AI ethics e governance algoritmica;
ingegneri del prompt e architetti semantici;
data analyst con capacità interpretativa;
formatori in competenze digitali e trasversali.
In crescita anche profili manageriali capaci di integrare IA nei processi produttivi e decisionali, con visione strategica e sensibilità sociale.
La polarizzazione delle competenze
Il mercato tende a polarizzarsi: da un lato, alta specializzazione tecnico-digitale; dall’altro, lavori di cura e relazione, meno automatizzabili. In mezzo, la fascia intermedia è la più fragile, rischiando di diventare obsoleta se non accompagnata da percorsi di riqualificazione.
L’istruzione tecnica superiore (ITS), le accademie digitali, le business school e i centri di ricerca offrono oggi percorsi orientati alla nuova domanda. Ma resta un problema di accesso: chi è già impiegato in mansioni routinarie, spesso a bassa scolarizzazione, fatica ad aggiornarsi.
Le imprese e la formazione continua
Le aziende più lungimiranti non attendono il cambiamento: lo anticipano. Investono in reskilling e upskilling, mappano le competenze interne, adottano piattaforme di apprendimento adattivo. La formazione non è più episodica, ma continua, personalizzata, integrata nei processi produttivi.
Tuttavia, molte PMI non hanno ancora compreso la portata della sfida, e rischiano di perdere competitività per mancanza di capitale umano adeguato. La sfida è sistemica e richiede politiche attive del lavoro incisive, incentivi mirati e reti territoriali di supporto.
Sindacati e diritti nell’epoca dell’algoritmo
Anche il ruolo della rappresentanza evolve. I sindacati sono chiamati a contrattare non solo orari e salari, ma anche trasparenza degli algoritmi, diritto alla formazione, tutele nei processi di automazione. La contrattazione collettiva deve aggiornarsi, così come la normativa sul lavoro, ancora ancorata a logiche novecentesche.
Nascono nuove forme di sindacalismo digitale, che aggregano lavoratori della gig economy, del lavoro remoto, delle piattaforme. Si tratta di un terreno ancora fluido, ma cruciale per garantire coesione sociale.
L’intelligenza artificiale non distrugge il lavoro, ma lo trasforma in profondità. Chi saprà aggiornarsi, imparare a convivere con la tecnologia e sviluppare competenze trasversali, sarà premiato. Chi resterà ancorato a modelli statici rischia l’esclusione. In gioco non c’è solo l’occupazione individuale, ma la competitività dell’intero sistema produttivo nazionale.




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