Lavoro e automazione: il futuro delle competenze nell’economia italiana
- Giuseppe Politi

- 8 ago
- Tempo di lettura: 2 min
L’automazione sta riscrivendo profondamente il mercato del lavoro. Robotica avanzata, intelligenza artificiale, algoritmi predittivi e sistemi autonomi stanno progressivamente sostituendo o trasformando una vasta gamma di attività, non solo manuali ma anche intellettuali. L’Italia, come molte economie mature, si trova oggi a un bivio: subire passivamente la distruzione dei posti di lavoro tradizionali o guidare una transizione basata su nuove competenze e modelli formativi.
Secondo le principali ricerche internazionali, entro il 2030 circa il 40% dei ruoli attuali sarà trasformato in modo radicale dall’automazione. Le professioni più a rischio sono quelle ripetitive e standardizzate: operai di linea, addetti al magazzino, impiegati amministrativi, operatori di call center. Ma anche attività in ambito legale, bancario e sanitario stanno subendo un’intensa riorganizzazione grazie all’IA e alla digitalizzazione dei processi.
Tuttavia, per ogni lavoro che scompare, ne nascono di nuovi. Cresce la domanda di profili ibridi, in grado di coniugare competenze tecniche, capacità relazionali e pensiero critico. Figure come data analyst, automation technician, esperto in cybersecurity, formatore digitale, manager della sostenibilità sono sempre più richieste. Il problema, in Italia, è la lentezza con cui il sistema educativo e formativo riesce ad aggiornarsi rispetto alla velocità del cambiamento.
Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è sempre più evidente. Da un lato, le imprese faticano a trovare profili adatti alle nuove esigenze produttive. Dall’altro, milioni di lavoratori rischiano di diventare inoccupabili se non aggiornano le proprie competenze. È qui che si gioca la sfida della transizione occupazionale: formare, riqualificare, accompagnare.
Il sistema scolastico e universitario deve essere ripensato in chiave orientativa e flessibile. Occorre superare la rigida dicotomia tra studi umanistici e tecnico-scientifici, favorendo percorsi interdisciplinari, didattica esperienziale, stage e relazioni scuola-lavoro. I nuovi licei digitali e i percorsi ITS (Istituti Tecnici Superiori) possono rappresentare un’alternativa concreta e moderna.
Ma è soprattutto nella formazione continua che si gioca la partita: ogni lavoratore dovrà aggiornare le proprie competenze più volte nel corso della vita. Servono politiche pubbliche di upskilling e reskilling, incentivi alle imprese che investono nella formazione e una piattaforma nazionale per la certificazione delle competenze acquisite, anche in ambito non formale.
L’Italia dispone di un patrimonio culturale e relazionale che, se ben guidato, può integrarsi con le nuove tecnologie. Le soft skills – creatività, empatia, pensiero critico, leadership – diventeranno sempre più centrali in un’economia automatizzata. L’automazione, dunque, non deve essere vissuta come una minaccia, ma come una leva per liberare il potenziale umano da compiti ripetitivi e a basso valore.
Infine, sarà decisivo il ruolo del welfare attivo: non solo sussidi e ammortizzatori, ma servizi di orientamento, mobilità professionale e accompagnamento nei processi di riconversione. Le imprese, dal canto loro, dovranno assumersi una responsabilità sociale nella gestione della transizione occupazionale, adottando modelli più inclusivi e partecipativi.
L’automazione non distrugge il lavoro. Distrugge il lavoro che non cambia. Solo chi saprà investire nella conoscenza potrà garantire alla forza lavoro italiana un ruolo centrale nell’economia del futuro.




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