La Federal Reserve verso un taglio dei tassi nonostante i prezzi ancora elevati
- piscitellidaniel
- 29 ott
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La Federal Reserve si trova in una fase decisiva della sua politica monetaria, in cui la prospettiva di una riduzione dei tassi di interesse è tornata concreta, nonostante l’inflazione negli Stati Uniti rimanga sopra l’obiettivo del 2%. Le recenti dichiarazioni dei vertici dell’istituto guidato da Jerome Powell e i dati macroeconomici provenienti dal mercato del lavoro e dai prezzi al consumo delineano un quadro complesso, dove la necessità di sostenere la crescita e la stabilità finanziaria potrebbe prevalere temporaneamente sulla rigidità del contrasto all’inflazione.
Negli ultimi mesi l’economia statunitense ha mostrato segnali di raffreddamento. Il mercato del lavoro, pur restando solido, ha rallentato la sua corsa, mentre i salari hanno smesso di crescere ai ritmi elevati osservati nel 2023. L’inflazione core, al netto di alimentari ed energia, si è stabilizzata su valori ancora elevati ma meno preoccupanti rispetto al picco raggiunto lo scorso anno. Questo contesto suggerisce alla Fed che la stretta monetaria attuata dal 2022 in poi ha prodotto gli effetti desiderati, raffreddando la domanda e riportando gradualmente equilibrio tra crescita e prezzi. Il rischio di mantenere tassi elevati troppo a lungo, però, potrebbe diventare più pesante del rischio di tagliarli troppo presto.
La politica monetaria americana è costruita su un equilibrio costante tra i due obiettivi del mandato della Fed: stabilità dei prezzi e piena occupazione. Quando i segnali provenienti dal mercato del lavoro e dal credito iniziano a indicare una perdita di slancio, la banca centrale tende a ricalibrare la propria posizione. Un taglio dei tassi in questo scenario non rappresenterebbe una svolta improvvisa ma una scelta preventiva, finalizzata a garantire che il rallentamento dell’economia non si trasformi in recessione. Le condizioni finanziarie attuali, caratterizzate da un costo del denaro che ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi vent’anni, stanno già incidendo sulle decisioni di investimento delle imprese e sulla capacità di spesa delle famiglie, elementi che contribuiscono a frenare la crescita.
Sul fronte dei prezzi, la discesa dell’inflazione è stata più lenta del previsto ma costante. L’aumento dei costi dell’energia e dei generi alimentari mantiene alta la pressione sul dato complessivo, ma la componente dei servizi e dei beni durevoli mostra un progressivo ridimensionamento. I dati più recenti dell’indice PCE, quello preferito dalla Fed, indicano una variazione annua poco superiore al 2,5%, segnale che l’obiettivo di medio periodo potrebbe essere raggiungibile senza ulteriori irrigidimenti. Le aspettative di inflazione a cinque anni restano ancorate, e questo offre alla banca centrale un margine di manovra maggiore rispetto a qualche mese fa.
I mercati finanziari si attendono un intervento graduale. Gli investitori hanno già incorporato nei prezzi dei Treasury e nei futures sulle Fed Funds le probabilità di un primo taglio entro la fine dell’anno, seguiti da ulteriori riduzioni nel 2026. Il messaggio della banca centrale resta prudente: la Fed non intende dichiarare vittoria sull’inflazione, ma riconosce che mantenere tassi restrittivi in modo prolungato potrebbe danneggiare la stabilità economica complessiva. Questa visione è rafforzata dalle analisi interne che evidenziano come la politica monetaria abbia già raggiunto un livello “sufficientemente restrittivo” e che ulteriori aumenti potrebbero avere effetti sproporzionati.
Un elemento decisivo per la Fed è rappresentato dalle condizioni del credito. Le banche statunitensi hanno ridotto l’offerta di prestiti alle imprese, mentre i tassi sui mutui e sulle carte di credito hanno raggiunto soglie storiche. Questi fattori contribuiscono a rallentare la spesa e l’attività economica, incidendo sul clima di fiducia e sulle aspettative di crescita. L’istituto valuta attentamente questi segnali per evitare che l’inasprimento delle condizioni finanziarie comprometta la stabilità del sistema bancario e produttivo. Un taglio dei tassi, anche marginale, potrebbe attenuare la pressione sui mercati del credito e favorire un atterraggio morbido dell’economia.
La dimensione globale dell’inflazione aggiunge complessità alla decisione. Il rallentamento della domanda in Europa e in Cina, insieme alla flessione dei prezzi delle materie prime, sta esercitando una spinta disinflazionistica che riduce il rischio di un ritorno a pressioni eccessive sui prezzi. Tuttavia, fattori geopolitici come le tensioni in Medio Oriente e l’andamento del prezzo del petrolio restano variabili da monitorare. La Fed si muove in un contesto in cui la politica monetaria delle altre banche centrali, come la Banca Centrale Europea e la Bank of England, mostra segnali di convergenza verso un allentamento moderato, a conferma di una fase globale di transizione.
Il taglio dei tassi rappresenterebbe anche una risposta ai segnali di raffreddamento dell’attività industriale e alla flessione degli investimenti nel settore manifatturiero. La spinta iniziale derivante dalla crescita post-pandemia e dai piani infrastrutturali del governo statunitense si sta attenuando, e la Fed intende evitare che la contrazione degli investimenti comprometta la traiettoria di lungo periodo. Un contesto di tassi più bassi faciliterebbe il rifinanziamento del debito aziendale e stimolerebbe nuovi progetti di sviluppo, senza necessariamente riaccendere le pressioni inflazionistiche.
La politica monetaria americana, pur restando orientata alla cautela, si trova quindi a un bivio strategico. Da un lato la Fed deve preservare la credibilità conquistata nella lotta all’inflazione; dall’altro deve impedire che il ciclo economico entri in una fase di indebolimento prolungato. L’eventuale decisione di ridurre i tassi non rappresenterebbe un cambio di rotta, ma una modulazione della strategia di restrizione adottata negli ultimi due anni, calibrata in funzione dell’evoluzione dei dati economici e della stabilità finanziaria interna.

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