top of page

La crisi del risparmio: italiani più poveri anche se aumentano i depositi

L’Italia è da sempre un Paese di risparmiatori. Tuttavia, negli ultimi tre anni si è assistito a una profonda mutazione del concetto stesso di risparmio. Se da un lato i depositi bancari restano elevati in valore assoluto, dall’altro il potere d’acquisto delle famiglie si è eroso progressivamente, con un’inflazione che ha reso “invisibili” migliaia di euro fermi sui conti correnti. La crisi non è più nella quantità, ma nella qualità del risparmio: un patrimonio nominale apparentemente solido, che però perde valore reale mese dopo mese.

Secondo i dati della Banca d’Italia, alla fine del primo semestre 2025, i depositi delle famiglie italiane ammontavano a oltre 1.200 miliardi di euro. Un dato elevato, ma fuorviante. Il 73% di tale liquidità è concentrato in conti correnti non remunerati o scarsamente remunerati, con rendimenti inferiori al tasso d’inflazione. Se si considera un’inflazione media del 3% annuo, il valore reale di un deposito di 10.000 euro si riduce di circa 300 euro all’anno. Una perdita silenziosa, ma costante.

La struttura del risparmio italiano mostra profonde distorsioni: eccesso di liquidità improduttiva, bassa alfabetizzazione finanziaria, scarso accesso a strumenti di investimento diversificati. Il risultato è una ricchezza teorica che non si traduce in benessere economico, né contribuisce in modo efficace allo sviluppo del sistema Paese. Anzi, finisce per alimentare la stagnazione economica e l’inefficienza allocativa del capitale.

Le ragioni di questo comportamento prudente affondano in motivazioni culturali e sistemiche. Da un lato, l’italiano medio preferisce la sicurezza della liquidità alla volatilità dei mercati. Dall’altro, la diffidenza nei confronti del sistema bancario e dei prodotti finanziari più complessi è ancora molto alta, anche a causa delle crisi bancarie che hanno colpito piccoli risparmiatori tra il 2015 e il 2018.

A ciò si aggiunge l’effetto demografico. Una popolazione anziana, spesso poco propensa a rischiare, tende a mantenere riserve liquide elevate per far fronte a spese sanitarie e assistenziali future. Tuttavia, questo comportamento non solo erode lentamente il valore della ricchezza accumulata, ma impedisce anche al sistema produttivo di beneficiare di risorse investite nell’economia reale.

Il tema dell’educazione finanziaria diventa dunque centrale. Solo il 28% degli italiani si dichiara “sufficientemente informato” in materia di finanza personale, e appena il 12% comprende la differenza tra inflazione reale e nominale. Le iniziative pubbliche, come il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, sono ancora troppo deboli per incidere strutturalmente sui comportamenti delle famiglie.

Nel frattempo, gli strumenti finanziari alternativi restano appannaggio di una minoranza: fondi comuni, ETF, obbligazioni corporate, PIR (Piani Individuali di Risparmio) e polizze multi-ramo non superano il 30% del totale delle attività finanziarie delle famiglie italiane, contro una media europea del 45%.

Il paradosso è evidente: le famiglie italiane risparmiano molto, ma male. Accumulano liquidità senza protezione reale, rinunciano a opportunità di rendimento e si espongono passivamente all’erosione monetaria. Le banche, dal canto loro, non incentivano in modo proattivo l’allocazione efficiente del risparmio, preferendo mantenere la liquidità per esigenze di bilancio e requisiti di vigilanza.

Una svolta potrebbe arrivare con l’introduzione, già discussa al MEF, di un nuovo strumento fiscale dedicato ai piccoli risparmiatori: un BTP indicizzato all’inflazione italiana con cedola minima garantita e agevolazioni fiscali sull’imposta di successione. Una misura che punta a riattivare la fiducia nei titoli pubblici e a convogliare parte della liquidità dormiente verso il debito nazionale.

Il risparmio non è solo una variabile macroeconomica, ma un indicatore sociale profondo. Riflessione, consapevolezza e strumenti adeguati sono oggi necessari per trasformare una ricchezza statica in una leva attiva di crescita e stabilità. Diversamente, gli italiani resteranno prigionieri di un’illusione di sicurezza che, in un contesto inflattivo, rischia di diventare una lenta ma inesorabile perdita patrimoniale.

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page