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L’Unione europea quasi in linea con gli obiettivi 2030: emissioni nocive in calo ma la transizione resta fragile

La Commissione europea ha pubblicato nuove proiezioni sullo stato dell’azione climatica dell’Unione, evidenziando che, se tutte le politiche già approvate saranno implementate correttamente, entro il 2030 si potrà raggiungere una riduzione delle emissioni di gas serra del 54% rispetto ai livelli del 1990. Un dato molto vicino all’obiettivo vincolante del -55% che Bruxelles si è prefissata come tappa intermedia verso la neutralità climatica al 2050. I dati sono stati diffusi il 28 maggio 2025 e rappresentano un aggiornamento fondamentale nel quadro delle valutazioni previste dal Regolamento europeo sul clima.


Il progresso complessivo è significativo, frutto in larga parte della decarbonizzazione del settore energetico. La produzione da fonti rinnovabili ha ormai superato quella da combustibili fossili in numerosi Stati membri, mentre la diffusione dell’elettricità da solare ed eolico continua a crescere in modo sostenuto. Inoltre, i meccanismi del mercato del carbonio (ETS), l’efficienza energetica e l’elettrificazione degli usi finali stanno contribuendo in modo rilevante alla riduzione complessiva delle emissioni.


Tuttavia, esistono ancora settori in forte ritardo. I trasporti rappresentano il principale problema: le emissioni del comparto non sono diminuite in modo significativo negli ultimi anni, a causa dell’aumento dei volumi di traffico e della lenta adozione dei veicoli a zero emissioni. Anche l’agricoltura resta una fonte importante di gas climalteranti, in particolare metano e protossido di azoto. In quest’ambito, la Commissione ha ammesso di aver dovuto attenuare alcune misure previste dalla strategia “Farm to Fork” in seguito alle proteste degli agricoltori in diversi Paesi europei.


Un’altra criticità riguarda il settore delle foreste e degli assorbimenti naturali. Gli incendi sempre più frequenti, legati al cambiamento climatico, stanno riducendo la capacità degli ecosistemi europei di sequestrare CO₂ dall’atmosfera. Di conseguenza, la componente “netta” delle emissioni, cioè al netto degli assorbimenti, risulta penalizzata. Questo aspetto solleva nuove riflessioni sulla necessità di rafforzare la resilienza degli ecosistemi e migliorare la gestione del patrimonio forestale.


Sul fronte politico, la Commissione ha anche aperto al dibattito sulla proposta di fissare un nuovo obiettivo intermedio per il 2040, che preveda una riduzione del 90% delle emissioni rispetto al 1990. Tale proposta, presentata nel primo trimestre 2025, ha scatenato reazioni divergenti. Se da un lato le associazioni ambientaliste e alcuni Stati membri (come Danimarca e Paesi Bassi) sostengono con forza l’idea di alzare l’asticella, altri, tra cui Polonia, Repubblica Ceca e Italia, manifestano preoccupazione per gli effetti potenzialmente negativi sull’occupazione, sull’industria pesante e sui costi energetici.


In risposta a tali timori, la Commissione ha avviato una consultazione per valutare l’inclusione di strumenti di flessibilità nel nuovo quadro climatico. Tra questi, vi è l’ampliamento del ricorso ai crediti di carbonio internazionali (purché certificati) e una contabilizzazione più generosa degli assorbimenti naturali. Questo approccio dovrebbe consentire agli Stati più in difficoltà di contribuire agli obiettivi collettivi senza dover affrontare transizioni economiche troppo repentine o penalizzanti.


Infine, emerge una questione di tenuta sociale. L’agenda verde dell’UE, sebbene necessaria dal punto di vista scientifico, è sempre più contestata sul piano politico, specialmente da movimenti che accusano Bruxelles di imporre obiettivi troppo ambiziosi senza un’adeguata protezione delle fasce più deboli della popolazione. La Commissione ha ribadito la volontà di mantenere alta l’ambizione climatica, ma combinandola con strumenti di sostegno mirato: il Social Climate Fund, la revisione del Just Transition Mechanism e le nuove misure contro la povertà energetica sono strumenti chiave in questo percorso.


L’Europa è quindi vicina a un traguardo importante, ma la sua transizione ecologica è ancora in bilico tra tensioni politiche, equilibri sociali e difficoltà tecniche. La capacità di gestire questi aspetti determinerà se il continente sarà in grado non solo di rispettare gli obiettivi, ma di farlo mantenendo coesione e consenso interno.

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