L’Italia e la sfida del debito pubblico nel 2026
- Giuseppe Politi

- 6 ott
- Tempo di lettura: 2 min
L’Italia si trova nel 2026 a un bivio cruciale nella gestione del proprio debito pubblico. Dopo tre anni di forte instabilità macroeconomica, il governo tenta di consolidare la fiducia dei mercati, mantenendo sotto controllo la spesa corrente e rilanciando la crescita reale. Il debito ha superato i 2.950 miliardi di euro, pari al 136,8% del PIL, un livello che impone una strategia coordinata di contenimento, innovazione fiscale e politiche industriali mirate.
Il Tesoro ha introdotto una nuova serie di BTP a tasso misto, indicizzati all’inflazione europea, per attrarre investitori istituzionali e piccoli risparmiatori. La domanda resta alta, ma i rendimenti superano il 4,5%, segnale che la fiducia internazionale si accompagna a un rischio-Paese ancora percepito. Le agenzie di rating hanno mantenuto una posizione stabile sull’Italia, ma raccomandano maggiore disciplina di bilancio e riforme strutturali, in particolare nella pubblica amministrazione e nel sistema fiscale.
Le spese per interessi sono tornate a pesare in modo significativo, con oltre 85 miliardi annui, quasi il doppio rispetto al periodo pre-pandemico. Tuttavia, il governo punta a ridurre gradualmente il rapporto debito/PIL attraverso tre leve: crescita nominale, razionalizzazione delle detrazioni fiscali e dismissione di asset non strategici. Si parla di un piano di privatizzazioni da 20 miliardi di euro in tre anni, che includerebbe quote di società partecipate nel settore infrastrutturale ed energetico.
L’altro pilastro della strategia riguarda il PNRR, la cui piena attuazione potrebbe generare un effetto moltiplicatore sul PIL fino all’1,3% annuo. Tuttavia, i ritardi nell’attuazione dei progetti e la burocrazia locale rappresentano il principale freno alla crescita potenziale. Gli economisti avvertono che senza una riforma radicale della macchina amministrativa e una politica industriale orientata all’innovazione, la riduzione del debito resterà un obiettivo teorico.
Sul piano sociale, la sostenibilità del debito si lega anche alla stabilità politica e alla capacità del Paese di trattenere capitale umano qualificato. L’Italia perde ogni anno oltre 60.000 giovani professionisti, attratti da economie più dinamiche. Il rischio non è solo economico ma strutturale: senza riforme e coesione, la terza economia dell’eurozona potrebbe trasformarsi in un Paese ad alta spesa e bassa produttività.
Il 2026 sarà dunque un anno di verità: o il debito diventerà sostenibile attraverso la crescita, o la crescita sarà soffocata dal debito.




Commenti