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L’inflazione rallenta ma quali conseguenze per l’economia

Il fenomeno inflazionistico che ha colpito l’Europa negli ultimi due anni sembra finalmente rallentare. I dati diffusi da Eurostat e dall’ISTAT indicano che in Italia, nel secondo trimestre del 2025, l’inflazione su base annua si è attestata al 2,8%, segnando una discesa sensibile rispetto ai picchi superiori al 9% registrati nel 2022. Tuttavia, dietro questa apparente normalizzazione si cela una complessità strutturale che solleva interrogativi sulla tenuta della crescita e sulla capacità delle famiglie di recuperare potere d’acquisto.

L’inflazione in Italia, come nel resto dell’Eurozona, è alimentata da più fattori, alcuni dei quali temporanei, altri destinati a incidere in modo più persistente sul quadro economico. Il ridimensionamento dei prezzi energetici, in particolare del gas naturale e dei carburanti, ha certamente contribuito a calmierare gli indici generali. Tuttavia, si assiste a una persistenza dell’inflazione cosiddetta “core”, cioè al netto di energia e alimentari, che resta stabile attorno al 3,4%, segno che le pressioni sui prezzi si stanno trasferendo in modo duraturo lungo l’intera filiera dei beni e servizi.

Uno degli elementi più problematici riguarda i beni alimentari e i servizi ricreativi, i cui prezzi continuano a salire con ritmo sostenuto. Pane, latte, ortofrutta, ma anche ristorazione, trasporti urbani e attività culturali: tutte voci che incidono direttamente sui bilanci delle famiglie a medio e basso reddito, con effetti regressivi evidenti. In molte città italiane, l’inflazione percepita da queste fasce della popolazione supera ancora il 5%, ben al di sopra delle medie nazionali.

La tenuta dei salari reali rappresenta una questione aperta. Le dinamiche contrattuali non riescono a tenere il passo dell’inflazione accumulata negli ultimi due anni, determinando una perdita di potere d’acquisto stimata tra il 6% e il 10%, a seconda dei comparti. L’assenza di un meccanismo di indicizzazione piena (scala mobile) e la rigidità delle trattative sindacali contribuiscono a questo disallineamento. Le famiglie, di conseguenza, riducono i consumi non essenziali, posticipano investimenti familiari e ricorrono sempre più al credito al consumo.

Sul fronte macroeconomico, la tenuta dell’inflazione oltre la soglia del 2% pone un problema di politica monetaria. La BCE, pur accennando a una possibile pausa nel ciclo restrittivo, mantiene un atteggiamento prudente. Il rischio è che una discesa troppo lenta dell’inflazione obblighi la Banca Centrale a mantenere tassi elevati ancora a lungo, con effetti depressivi su investimenti e occupazione. È un equilibrio delicato tra lotta all’inflazione e sostegno alla crescita.

Per le imprese, l’inflazione strutturale rappresenta un doppio problema. Da un lato, l’aumento dei costi operativi – materie prime, logistica, salari – erode i margini. Dall’altro, la debolezza della domanda interna rende difficile trasferire tali aumenti sui prezzi finali. Ne consegue un calo della redditività, in particolare per le PMI, che non dispongono di economie di scala o potere contrattuale sufficiente per contenere i rincari a monte.

La pubblica amministrazione è a sua volta chiamata a una gestione più attenta della spesa. I contratti pubblici, in particolare quelli legati al PNRR, subiscono revisioni continue a causa della volatilità dei prezzi. Il rischio è che i tempi di realizzazione delle opere si allunghino ulteriormente, compromettendo la capacità di assorbire le risorse europee.

In questo scenario, il dibattito economico si sposta su un terreno più strategico: come uscire da un ciclo inflazionistico senza compromettere la crescita? Le proposte spaziano dalla rimodulazione della fiscalità diretta (in particolare l’IRPEF sui redditi medio-bassi) a un intervento temporaneo sui prezzi amministrati. Alcuni economisti suggeriscono un nuovo patto sociale tra imprese, lavoratori e Stato, che contempli aumenti salariali selettivi e incentivi alla produttività.

Il Governo, da parte sua, ha annunciato per l’autunno un nuovo pacchetto anti-inflazione, con misure a tutela delle famiglie vulnerabili, riduzioni temporanee dell’IVA su alcuni beni essenziali e un ampliamento dei bonus energetici. Tuttavia, l’efficacia di questi interventi dipenderà dalla loro tempestività e dalla capacità di evitare distorsioni nei meccanismi di mercato.

In conclusione, sebbene l’inflazione stia calando, non si può ancora parlare di ritorno alla stabilità dei prezzi. L’Italia si trova davanti a un bivio: gestire una fase di transizione inflattiva con strumenti mirati, oppure subire una stagnazione latente mascherata da stabilità nominale. Una sfida che richiede visione, pragmatismo e coesione tra le parti sociali.

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