L’industria tedesca in crisi: il modello manifatturiero sotto pressione
- Giuseppe Politi

- 29 set
- Tempo di lettura: 2 min
La Germania attraversa una delle fasi più difficili della sua storia economica recente. Il motore industriale d’Europa mostra segni di rallentamento strutturale: la produzione manifatturiera è diminuita del 2,1% nel secondo trimestre 2025, mentre gli ordini industriali, tradizionale indicatore anticipatore, sono calati del 5,4% rispetto all’anno precedente. A pesare non è solo il calo della domanda globale, ma anche la transizione energetica e la competizione crescente proveniente dall’Asia e dagli Stati Uniti.
Il comparto automobilistico, simbolo dell’eccellenza tedesca, si trova di fronte a una trasformazione epocale. La corsa all’elettrico ha imposto investimenti enormi in ricerca e sviluppo, ma i margini si sono ridotti e molte aziende medie faticano a tenere il passo dei giganti cinesi e americani. La domanda di veicoli elettrici in Europa, inoltre, ha rallentato dopo il boom post-pandemia, lasciando scorte invendute e impianti sottoutilizzati.
Parallelamente, l’industria chimica e quella meccanica soffrono per l’aumento dei costi energetici. La chiusura di numerosi impianti a gas e la transizione verso fonti rinnovabili non hanno ancora garantito un approvvigionamento stabile e competitivo. Le imprese denunciano un “handicap energetico” rispetto a Stati Uniti e Asia, dove i prezzi dell’elettricità restano inferiori del 40%. Anche il settore edilizio, trainante negli ultimi anni, sta subendo un contraccolpo: i tassi elevati hanno fatto crollare la domanda di mutui e il numero di nuovi cantieri.
Il governo federale ha annunciato un piano di rilancio industriale da 70 miliardi di euro fino al 2027, puntando su innovazione, digitalizzazione e incentivi fiscali. Tuttavia, gli economisti ritengono che Berlino debba affrontare problemi più profondi: la rigidità del mercato del lavoro, la lentezza burocratica e la mancanza di manodopera qualificata. Il Paese, storicamente basato sull’export, deve ora reinventarsi in un contesto di globalizzazione meno favorevole e di crescente protezionismo.
La sfida è salvare la competitività senza rinunciare alla sostenibilità. La Germania del 2026 non può più contare solo sulla sua potenza industriale: dovrà diventare un hub di innovazione tecnologica, integrando digitale, energia verde e formazione avanzata. Il rischio, se ciò non accade, è che il cuore manifatturiero d’Europa perda il suo primato.




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