L’ascesa delle monete digitali di banca centrale
- Giuseppe Politi

- 5 ago
- Tempo di lettura: 2 min
Negli ultimi anni si è assistito a un’accelerazione globale nello sviluppo delle cosiddette CBDC – Central Bank Digital Currencies, ovvero valute digitali emesse direttamente dalle banche centrali. Se fino a poco tempo fa il dibattito era confinato a tavoli tecnici e think tank accademici, oggi le CBDC rappresentano una delle principali linee di azione dei policy maker monetari. Ma quali saranno le conseguenze per il sistema finanziario? E come cambierà l’intermediazione bancaria tradizionale?
La motivazione alla base delle CBDC è duplice: da un lato vi è la necessità di rafforzare la sovranità monetaria e contrastare la diffusione incontrollata delle criptovalute private; dall’altro la volontà di rendere più efficiente, inclusivo e tracciabile il sistema dei pagamenti. La BCE, ad esempio, ha avviato ufficialmente il progetto dell’euro digitale, che entrerà nella fase operativa entro il 2026. In parallelo, la Cina ha già testato con successo lo yuan digitale in numerose metropoli, e gli Stati Uniti stanno valutando il lancio del “digital dollar”.
Le CBDC non sono criptovalute nel senso tradizionale: non sono basate su blockchain permissionless, non sono soggette a fluttuazioni speculative e hanno corso legale garantito dallo Stato. La differenza cruciale rispetto al denaro elettronico odierno risiede nel fatto che il credito è detenuto direttamente presso la banca centrale, e non in una banca commerciale. Ciò apre scenari profondamente innovativi – e talvolta destabilizzanti – per il sistema bancario.
Uno dei rischi principali è rappresentato dalla disintermediazione. Se i cittadini potessero detenere conti diretti presso la banca centrale, potrebbero essere indotti a ritirare liquidità dalle banche commerciali, soprattutto in fasi di crisi. Questo rischio di “bank run digitale” viene spesso citato come uno dei motivi per cui le CBDC saranno presumibilmente dotate di limiti di utilizzo, tassi penalizzanti per grandi giacenze o forme ibride con intermediazione bancaria mantenuta.
Sul versante delle opportunità, invece, le CBDC promettono una maggiore inclusione finanziaria, in particolare per le fasce di popolazione escluse dai circuiti bancari tradizionali. Possono ridurre i costi di transazione, aumentare la trasparenza nei flussi finanziari e migliorare l’efficacia delle politiche monetarie, consentendo interventi mirati e immediati, come trasferimenti diretti o incentivi condizionati.
La sfida per le banche commerciali sarà quella di ripensare il proprio modello di business, puntando su servizi a valore aggiunto, consulenza, gestione patrimoniale e innovazione tecnologica. Per non essere marginalizzate, dovranno diventare partner attivi nella distribuzione delle valute digitali e ridefinire il proprio ruolo in un ecosistema in profonda trasformazione.
Anche per i cittadini, le implicazioni sono rilevanti. La possibilità di transazioni istantanee, gratuite e sicure potrà modificare radicalmente le abitudini di spesa e di risparmio. Tuttavia, emergono interrogativi sulla privacy, sulla tracciabilità e sull’eventuale controllo statale sui flussi monetari personali. Sarà necessario un equilibrio tra innovazione, efficienza e tutela delle libertà individuali.
In definitiva, le CBDC non sono solo una novità tecnica, ma una rivoluzione istituzionale. Potranno rafforzare il ruolo pubblico nella finanza e riequilibrare i rapporti tra Stati, banche e cittadini. Ma se mal progettate o mal comunicate, potrebbero minare la fiducia nel sistema. Il futuro del denaro dipenderà dalla capacità delle autorità di coniugare innovazione e stabilità, inclusione e libertà.




Commenti