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L’accordo Trump-Pfizer per farmaci a prezzo ridotto: rivoluzione sanitaria o mossa tattica?

Il presidente Donald Trump ha annunciato un’intesa con Pfizer che prevede la vendita di farmaci a prezzi fortemente ridotti, in cambio di vantaggi tariffari per l’industria farmaceutica. Secondo le dichiarazioni ufficiali, alcuni medicinali dell’azienda verranno offerti a sconti compresi tra il 50 % e l’85 % rispetto ai listini vigenti, attraverso una nuova piattaforma governativa denominata “TrumpRx”. In cambio, Pfizer godrà di un’esenzione dai dazi sui farmaci brevettati per tre anni, se rispetterà gli impegni di prezzo e investimenti negli Stati Uniti.


L’iniziativa segna un punto di svolta nella politica farmaceutica americana: Trump, da tempo, aveva promesso di “allineare” i costi dei medicinali statunitensi a quelli dei paesi sviluppati, accusando le aziende di applicare listini troppo elevati agli americani. Con l’accordo con Pfizer, il piano prende forma concreta, con effetti che si estendono su spesa pubblica, mercato sanitario, rapporti internazionali e strategie delle case farmaceutiche.


Al centro dell’accordo c’è il programma TrumpRx: una modalità di vendita diretta al consumatore, che bypasserebbe in parte i tradizionali canali di distribuzione, assicurazioni e intermediari. I pazienti potranno acquistare a prezzo ridotto alcune delle specialità selezionate dalla casa farmaceutica tramite un sito federale. L’obiettivo dichiarato è rendere più accessibili i farmaci essenziali e alleggerire la pressione sui bilanci federali, specialmente per chi usa Medicaid.


L’altro pilastro è la clausola del “prezzo più favorevole” (Most Favored Nation, MFN): Pfizer si è impegnata a offrire i medicinali venduti a Medicaid agli stessi prezzi più bassi usati in altri paesi sviluppati. Questa condizione stabilisce un riferimento internazionale per i prezzi americani e introduce meccanismi di comparazione globale nei listini domestici. Il cartello dell’accordo è rafforzato dalla condizionalità: se Pfizer non dovesse rispettare i prezzi concordati, perderebbe l’esenzione tariffaria e potrebbe essere assoggettata a dazi al 100 %.


L’intesa è stata accolta con reazioni contrastanti. Dal lato governativo, è presentata come una vittoria politica e normativa: Trump mantiene una delle sue promesse più popolari, quella di abbassare i costi sanitari per i cittadini americani. Pfizer, dal canto suo, giustifica l’accordo come compatibile con la sostenibilità del modello economico: sostiene che il prezzo medio scontato non comprometterà i margini perché riguarderà solo una parte del portafoglio, e che gli investimenti promessi (70 miliardi di dollari nei prossimi anni) garantiranno innovazione e produzione interna.


Gli analisti, tuttavia, mostrano scetticismo. Da una parte c’è chi dubita che l’effettiva riduzione dei prezzi sarà massiccia e permanente: molto dipenderà dalle scelte delle assicurazioni private e dalle condizioni nei canali commerciali al di fuori di Medicaid. Dall’altra, alcuni avvertono il rischio di distorsioni: se i prezzi americani scendessero troppo rispetto agli standard internazionali, le case farmaceutiche potrebbero reagire ritardando il lancio di nuovi farmaci in mercati “a prezzo basso” per preservare margini, con effetti negativi sulla disponibilità globale dell’innovazione.


L’accordo Trump-Pfizer segna anche una sfida per il sistema farmaceutico europeo e per l’industria italiana. Se i prezzi nazionali venissero usati come benchmark per l’America, i produttori europei potrebbero vedere pressioni sui listini interni. In Italia, con un modello sanitario fortemente regolato, la ricerca farmaceutica e l’export potrebbero subire contraccolpi se le aziende dovessero adeguare prezzi anche nelle economie più competitive. L’annuncio ha già generato preoccupazioni tra produttori nazionali, che temono che l’ordinamento americano eserciti una “fuga di prezzo” verso l’alto per compensare le riduzioni richieste negli Stati Uniti.


Dal punto di vista politico, l’operazione appare anche come mossa strategica in campagna elettorale. Trump rafforza il suo profilo da “difensore del cittadino comune” contro le “big pharma”, e pone pressione sulle altre aziende farmaceutiche affinché accettino condizioni analoghe prima che scattino i dazi. È prevista una catena di accordi simili nei prossimi giorni.


La sfida che ora si apre è lunga: verificare se Pfizer rispetterà i prezzi promessi, come reagiranno le assicurazioni private e se l’effetto valicherà i confini americani. Se l’accordo reggerà, potrebbe avviare una revisione delle politiche di farmaco a livello globale; se fallirà, sarà archiviato come esperimento ambizioso ma instabile.

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