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Kash Patel: il fedelissimo di Trump alla guida dell’FBI tra “deep state”, piani di riforma e timori di politicizzazione

Kashyap Pramod “Kash” Patel è diventato nel 2025 direttore dell’FBI, scelto da Donald Trump per guidare uno degli apparati più delicati della sicurezza nazionale americana. La sua nomina rappresenta una svolta politica e simbolica di grande rilievo, perché Patel non è soltanto un funzionario con esperienza amministrativa, ma anche un fedelissimo dell’ex presidente, figura chiave nelle polemiche degli ultimi anni sul ruolo del cosiddetto “deep state” e sulle indagini che hanno coinvolto la Casa Bianca.


Nato a Garden City, nello Stato di New York, da una famiglia di origini indiane, Patel ha studiato giurisprudenza e ha iniziato la carriera come difensore pubblico, per poi passare alla procura federale. La sua ascesa politica è arrivata sotto l’amministrazione Trump, quando ha ricoperto incarichi nel Consiglio di Sicurezza Nazionale e come consigliere legale del comitato Intelligence della Camera. Proprio in quel ruolo si è distinto per aver contestato l’operato dell’FBI e delle agenzie di intelligence in merito alle indagini sulle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016, rafforzando la sua immagine di uomo disposto a difendere Trump contro l’establishment.


Patel ha costruito gran parte della sua popolarità politica sostenendo la tesi che all’interno delle istituzioni federali esista un apparato di potere invisibile, una burocrazia capace di condizionare le decisioni e di opporsi agli eletti. Questa visione, sintetizzata nel concetto di “deep state”, è diventata il nucleo delle sue denunce pubbliche e della sua proposta di riforma. Anche per questo, la sua nomina al vertice dell’FBI è stata interpretata da molti come il segnale di una volontà precisa di riorganizzare radicalmente l’agenzia.


Il programma di Patel per il Bureau punta a una ridefinizione delle priorità investigative, con maggiore attenzione alla criminalità urbana, all’immigrazione illegale e alla lotta contro forme di estremismo interno. Ha parlato di ridurre il potere dei dirigenti ritenuti troppo radicati, aumentare la trasparenza delle procedure e rendere l’agenzia più responsabile verso il potere politico eletto. Alcuni dei suoi primi interventi riguardano lo spostamento di agenti in aree considerate più esposte alla criminalità e una revisione interna dei processi decisionali.


Il nuovo direttore non ha nascosto l’intenzione di affrontare anche questioni simboliche, come la necessità di indagini più incisive sui casi di pedofilia legati a reti internazionali, la lotta alle discriminazioni interne e la verifica di episodi in cui l’FBI sarebbe stata accusata di pregiudizi politici o religiosi. Tutti elementi che rafforzano la percezione di una guida disposta a rimettere in discussione molti equilibri.

La nomina di Patel ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato i sostenitori vedono in lui la figura giusta per riportare l’FBI a una dimensione meno burocratica e più vicina alle istanze di chi chiede sicurezza e ordine. Dall’altro, i critici temono che la sua forte vicinanza a Trump e le sue posizioni talvolta controverse possano mettere a rischio l’indipendenza dell’agenzia, trasformandola in uno strumento politico. Le accuse di simpatia verso teorie complottiste, insieme alle sue posizioni critiche sui vaccini e sulla gestione della pandemia, hanno alimentato dubbi sulla sua capacità di mantenere un approccio imparziale.


Un elemento non secondario è il significato simbolico della sua nomina. Patel è il primo direttore dell’FBI di origini sud-asiatiche e rappresenta una figura che, almeno sul piano dell’immagine, porta diversità in un ruolo storicamente dominato da profili molto tradizionali. Questo dato, tuttavia, rischia di passare in secondo piano rispetto alle tensioni politiche che circondano il suo mandato.


L’FBI sotto la guida di Patel si trova quindi a un bivio: da un lato l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza e rendere più efficiente l’agenzia, dall’altro il timore di una politicizzazione senza precedenti. La sfida sarà dimostrare che le riforme non comprometteranno l’autonomia investigativa di un’istituzione che, nonostante le critiche, resta uno dei pilastri della sicurezza americana.

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