James Comey incriminato: accusa di false dichiarazioni al Congresso e ostruzione delle indagini, scoppia lo scontro politico-giudiziario negli Stati Uniti
- piscitellidaniel
- 26 set
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L’ex direttore dell’FBI James Comey è stato formalmente incriminato da un gran giurì federale negli Stati Uniti per due capi d’accusa: false dichiarazioni al Congresso e ostruzione di un procedimento legislativo. L’atto d’accusa è stato depositato nella Eastern District della Virginia, con un’accelerazione negli ultimi giorni che ha sorpreso molti osservatori per il momento e le modalità. Le imputazioni riguardano dichiarazioni rese da Comey in una testimonianza del 2020 davanti al Senato – in merito a fughe di notizie (“leaks”) e al ruolo del suo ufficio – e implicano una versione giudiziaria secondo cui egli avrebbe volutamente nascosto o dissimulato la verità sotto giuramento.
Secondo i documenti ufficiali, una terza accusa ipotizzata inizialmente non ha trovato il sostegno del gran giurì e quindi è stata scartata. L’incriminazione arriva proprio a ridosso della scadenza del termine di prescrizione delle azioni penali relative alla testimonianza del 2020. La decisione appare dunque strategica: anticipare ogni possibile nullità procedurale e concludere il procedimento entro i limiti legali.
La nomina della pubblica accusa che ha firmato il documento è altrettanto dibattuta: è attribuita a Lindsey Halligan, nome controverso per il fatto di essere stata nominata recentemente come U.S. Attorney nella circoscrizione responsabile del caso, con una certa vicinanza politica all’amministrazione in carica. Alcuni funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno espresso perplessità sull’iter e sul merito dell’accusa, giudicandola debole o eccessivamente forzata, e si segnalano frizioni interne nella struttura giudiziaria. Un precedente procuratore capofila, che aveva valutato il caso, avrebbe rifiutato di approvare l’incriminazione, scegliendo di non procedere.
L’ordine di incriminazione ha fatto scuola politica nel giorno stesso: il presidente Donald Trump ha celebrato l’atto come una vittoria simbolica contro uno dei suoi principali avversari e critici, definendo Comey un uomo corrotto e condannabile per il “tradimento” del suo ruolo istituzionale. Le sue parole risuonano come un avvertimento: se sei sotto accusa, preparati a pagare caro il conto. All’indomani dell’annuncio, Trump ha attaccato il giudice designato per il caso, criticandone la nomina come filo-Biden — un’escalation che indica quanto il caso sia percepito come parte di una battaglia politica più ampia.
Mappe familiari e nodi personali emergono sullo sfondo. La figlia di Comey, Maurene, era impiegata come procuratore federale; il giorno stesso dell’incriminazione è riemersa la notizia che è stata licenziata, e ora ha presentato un’azione legale per la sua rimozione, sostenendo che si tratti di ritorsione politica. Allo stesso tempo, il genero di Comey ha rassegnato le dimissioni da un ruolo nell’amministrazione giudiziaria federale, con dichiarazioni che richiamano la necessità di evitare conflitti di interesse.
Il reato di “making false statements” è grave: comporta la violazione del giuramento fatto davanti al Congresso, un obbligo legale che impone la verità dei fatti in dichiarazioni ufficiali. L’ostruzione, invece, riguarda il tentativo di ostacolare il corso di un’indagine congressuale — in questo caso relativa ai leaks e alle dinamiche interne dell’FBI. Se riconosciuto colpevole, Comey potrebbe affrontare una pena fino a cinque anni di reclusione, oltre a sanzioni pecuniarie.
Comey ha risposto pubblicamente attraverso un video, affermando la sua reale innocenza, ribadendo di aver agito con integrità e manifestando fiducia nel sistema giudiziario. “Il mio cuore è spezzato per il Dipartimento di Giustizia,” ha detto, ma ha anche dichiarato che non ha paura, né lui né la sua famiglia, e che accetterà il processo. Ha detto di essere pronto a difendersi.
Il caso rappresenta un punto di rottura nel rapporto tra politica e giustizia negli Stati Uniti. Mentre da un lato sostiene la tesi del principio che “nessuno è al di sopra della legge,” dall’altro alimenta l’accusa che la giustizia sia pienamente politicizzata, usata come arma contro oppositori reali o percepiti. L’indipendenza del Dipartimento di Giustizia è messa in discussione in un momento in cui Trump ha già rimosso, nominato e ridefinito posizioni chiave negli uffici giudiziari federali.
Storicamente, Comey è noto per aver guidato l’FBI dal 2013 al 2017, quando fu licenziato da Trump nel mezzo dell’inchiesta sull’interferenza russa nelle elezioni 2016. Fu proprio quella decisione a scatenare scandali, accuse di interferenza politica nella giustizia e successive indagini di magistrati speciali. La sua figura è diventata simbolica: da avvocato indipendente a nemico dichiarato dell’ex presidente, protagonista delle tensioni che hanno segnato gli ultimi cicli presidenziali.
Quanto potrà sostenere il processo? Le prossime tappe includono l’udienza preliminare, la designazione del giudice (la proposta è Michael S. Nachmanoff), l’arringa difensiva, la selezione della giuria (jury selection) e la calendarizzazione del dibattimento. Ogni fase potrà diventare terreno politico, mediatico e istituzionale: a partire dalla scelta degli atti processuali, dagli ordini di sequestro, dalle richieste di archiviazione e dalle mosse strategiche della difesa e dell’accusa.
Se l’indagine giungerà fino al processo, il sistema legale americano, già sollecitato da contrapposizioni ideologiche sature, affronterà un test sulla capacità di distinguere i poteri dello Stato. I rischi sono multipli: da una politicizzazione irreversibile della giustizia a un uso dilagante delle incriminazioni come leva di vendetta politica. Per ora, la questione non è solo chi ha ragione, ma chi può avere il potere di incriminare — e con quali conseguenze per la democrazia americana.

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