Italia-Cina, un asse sotto pressione: il partenariato strategico alla prova dei nuovi dazi globali
- piscitellidaniel
- 17 apr
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Il partenariato strategico tra Italia e Cina, siglato formalmente nel 2004 e rafforzato nel 2019 con l’ingresso dell’Italia nella Belt and Road Initiative, è tornato sotto i riflettori in un contesto internazionale profondamente mutato. Con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e l’attivazione di nuovi dazi americani contro Pechino, Roma si trova a gestire un equilibrio diplomatico e commerciale sempre più complesso.
La linea protezionistica adottata da Washington ha riaperto un fronte commerciale aggressivo nei confronti della Cina. Gli ultimi provvedimenti varati dalla Casa Bianca prevedono tariffe fino al 34% su alcune categorie di beni industriali e tecnologici cinesi, con l’obiettivo di riequilibrare il deficit commerciale bilaterale e contrastare le politiche di sussidio statale di Pechino. In risposta, il governo cinese ha applicato dazi selettivi su oltre cento prodotti statunitensi e ha avviato un’azione diplomatica per consolidare i rapporti con gli Stati europei, Italia in primis.
Per Roma, il rapporto con la Cina è sempre stato giocato su un doppio livello. Da un lato, la necessità di preservare l’interesse nazionale legato all’export – soprattutto nei comparti meccanico, alimentare, farmaceutico e moda – e agli investimenti infrastrutturali. Dall’altro, l’obbligo politico di coordinarsi con la linea europea, oggi improntata a maggiore cautela verso Pechino, come dimostrano le recenti iniziative sul controllo degli investimenti esteri in settori strategici e il dibattito sull’autonomia industriale europea.
Il memorandum d’intesa firmato nel 2019 tra Roma e Pechino, pur avendo avuto impatti commerciali limitati, ha rappresentato un caso unico in ambito G7. Negli anni successivi, l’Italia ha beneficiato di alcune aperture del mercato cinese, ma anche registrato squilibri persistenti nella bilancia commerciale bilaterale. Il deficit commerciale con la Cina nel 2023 ha sfiorato i 38 miliardi di euro, confermando una dipendenza forte da beni intermedi e componenti tecnologici importati.
Con l’inasprimento della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, l’Italia si trova in una posizione scomoda. L’amministrazione Trump ha già chiesto informalmente a diversi alleati europei di sospendere o ridurre i propri legami con il programma cinese della Via della Seta. E sebbene l’Italia abbia ufficialmente annunciato nel 2023 il mancato rinnovo automatico del memorandum, i rapporti bilaterali restano attivi, soprattutto sul piano industriale, universitario e della ricerca.
Nel nuovo contesto, Roma cerca di rinegoziare il proprio posizionamento. Da una parte si lavora per consolidare il mercato atlantico, con missioni di diplomazia economica verso Washington, New York e Chicago. Dall’altra, si punta a mantenere aperti i canali con Pechino, cercando di tutelare le esportazioni ad alto valore aggiunto e i progetti infrastrutturali in corso. La partecipazione italiana all’Expo 2025 di Shanghai e i nuovi protocolli sull’export agroalimentare sono i segnali più recenti di una strategia duale.
Il tema è al centro anche del dibattito europeo. Bruxelles sta elaborando una “China Economic Security Strategy” che punta a ridurre le dipendenze critiche senza compromettere il dialogo. L’Italia sostiene un approccio pragmatico, ma chiede che le decisioni siano coordinate a livello comunitario per evitare penalizzazioni asimmetriche tra i partner. La recente apertura del Ministero degli Esteri italiano a una revisione dei meccanismi di screening sugli investimenti in settori sensibili si muove in questa direzione.
Nel frattempo, il mondo produttivo italiano osserva con attenzione gli sviluppi. Le imprese dell’automotive, della componentistica e della logistica temono una ridefinizione delle rotte commerciali e un irrigidimento delle catene del valore. Le associazioni di categoria, da Confindustria a Confartigianato, chiedono al Governo di attivare strumenti di tutela e accompagnamento, in particolare per le PMI esportatrici. ICE e SACE hanno già avviato un piano di supporto alla diversificazione dei mercati asiatici, ma i tempi per la riconversione commerciale non sono brevi.
Il dossier Italia-Cina è destinato a restare uno dei più delicati del 2024. In ballo ci sono non solo interessi economici diretti, ma anche la collocazione geopolitica dell’Italia all’interno del sistema multilaterale post-pandemico. La sfida sarà mantenere autonomia strategica senza rinunciare alla coerenza europea e alla centralità del rapporto con Washington. Una partita complessa, da giocare su più tavoli e con tempi lunghi.

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