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Israele diviso dopo la risoluzione ONU su Gaza: la risoluzione accelera la polarizzazione, Hamas rilancia la sua offensiva e la Striscia torna al centro dello scontro

Il voto della United Nations Security Council sulla risoluzione riguardante la situazione a Gaza ha scatenato un flusso di reazioni in Israele che vanno dalla soddisfazione alla profonda inquietudine, inserendosi in un contesto già segnato da forti divisioni politiche, pressioni interne sull’esecutivo e la continua minaccia rappresentata da Hamas. Sebbene il testo approvato presenti elementi percepiti come tentativi di stabilizzazione, dall’altra parte appare evidente che la logica bellica nella Striscia ritorna a intensificarsi e che l’escalation potrebbe essere dietro l’angolo. Il documento dell’ONU introduce misure che vanno dalla fornitura di monitoraggio internazionale, al riconoscimento di uno status transitorio per Gaza, fino all’obbligo di smilitarizzazione e ricostruzione; tuttavia, la sua applicazione è vista da molti in Israele come un pericolo già scritto: il timore che la tregua si trasformi in una tregua precaria e che Hamas possa usare il momento per riorganizzarsi e rilanciare azioni terroristiche contro lo Stato ebraico.


Gli analisti israeliani sottolineano che la risoluzione — benché ufficialmente intesa a calmare la regione — rischia di generare effetti opposti: da un lato mette Israele sotto pressione diplomatica internazionale affinché limiti le operazioni militari nella Striscia, dall’altro lascia a Hamas spazi di manovra per riprendere il lancio di razzi e attacchi di guerriglia quando le forze israeliane ridurranno la presenza sul terreno. In certe cerchie della politica israeliana si teme che il testo ONU possa essere interpretato come “cessione implicita” a un controllo esterno di Gaza, mentre la capacità di deterrenza israeliana verrebbe messa in discussione. La fragilità del governo, con un’esecutivo spesso dipendente dalla coalizione più dura, rende la reazione difficile: alcuni ministri richiedono una risposta immediata e più severa verso Hamas, altri spingono verso la diplomazia e una gestione controllata del processo. Il risultato è un’Italia politica israeliana spaccata che appare incapace di formulare una strategia unitaria.


La posizione di Hamas è opposta a quella di Israele: il gruppo considera la risoluzione ONU una legittimazione del proprio ruolo nella Striscia, un riconoscimento implicito della necessità di una transizione che vada oltre la struttura militare israeliana e favorisca un nuovo equilibrio politico-territoriale. In questo senso, Hamas interpreta il provvedimento come un’opportunità per allentare la pressione diretta e rilanciare la propria capacità di azione. Le fonti del movimento sottolineano che il “cessate il fuoco condizionato” presente nel testo potrebbe permettere di riprendere le operazioni contro obiettivi israeliani con minore visibilità internazionale, verificando la reazione dell’esecutivo di Tel Aviv. Negli ambienti della Striscia aumentano già le voci che parlano di “fase di preparazione” di nuove offensive, con tunnel, armamenti radar e sistemi di lancio razzi pronti a essere utilizzati. Il rischio concreto è che la risoluzione, senza un adeguato controllo sul terreno e senza un vero disarmo di Hamas, finisca per rafforzare il gruppo e dare ossigeno alla sua capacità militare.


Il governo israeliano si trova in una situazione complessa: deve contemperare l’obbligo diplomatico di rispettare la risoluzione ONU, con la pressione nazionale di sicurezza e la propria volontà di non apparire indebolito. Il primo ministro ha convocato il suo gabinetto di sicurezza per definire la linea d’azione, mentre l’esercito ha ricevuto ordini di mantenere alta la vigilanza lungo i valichi di Gaza, prepararsi a riprendere le operazioni in tempi brevi e aumentare i controlli nelle regioni di frontiera. Le dichiarazioni ufficiali parlano di “rispetto formale” della risoluzione, ma la realtà operativa indica che le unità dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) stanno pianificando scenari di risposta rapida nel caso in cui Hamas rilanci gli attacchi. Alcuni ministri del governo, tuttavia, criticano la risoluzione definendola “un passo che compromette la capacità di Israele di autodifesa”.


Dal punto di vista interno la risoluzione ha amplificato le già presenti tensioni politiche: l’opinione pubblica israeliana mostra un calo della fiducia nei confronti del governo a fronte della percezione che l’approvazione ONU comporti restrizioni operative per l’esercito. Le proteste si sono intensificate nei territori del nord-Sud Israele, lungo l’area dei kibbutz e delle comunità vicino alla Striscia, dove la paura dei razzi e degli attacchi cresce di nuovo. I canali mediatici riportano un’ondata di commenti secondo cui “il governo ha venduto una restrizione”, “ci hanno messo sotto vincolo internazionale”, “Hamas se ne va a prepararsi mentre noi restiamo blindati”. La debolezza del consenso nazionale rischia di tradursi in un aumento dell’instabilità politica e in una maggiore influenza delle forze ultranazionaliste che chiedono linee ancora più dure.


Sul piano militare-strategico la risoluzione introduce elementi che potrebbero influenzare la dinamica bellica: la prevista forza internazionale di stabilizzazione, l’obbligo di smilitarizzazione della Striscia e la fase di ricostruzione aprono una finestra temporale che Hamas potrebbe utilizzare per rafforzare la propria infrastruttura militare e logistico-militare. Israele, secondo gli esperti di sicurezza, dovrà accelerare le proprie operazioni preventive durante questo periodo, incrementare le azioni di intelligence, potenziare le difese antimissile nelle aree vulnerabili e stabilire una rete di informazione che copra anche i tunnel sotterranei, i depositi d’armi e i lanciatori di razzi. In assenza di un controllo costante, la prospettiva è che Hamas possa trattenere la tregua per adattarsi, organizzarsi e poi ripartire con attacchi più efficaci, utilizzando la momentanea riduzione della pressione israeliana come spazio di manovra.


Un ulteriore fattore è il ruolo degli attori esterni: gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Egitto e il Qatar seguono l’applicazione della risoluzione e spingono perché venga rispettato l’impegno verso la governance transitoria e il cessate il fuoco. Tuttavia, alcuni di questi attori sono visti da Israele come poco equilibrati o troppo orientati verso il sostegno palestinese, aggravando la percezione di ingerenza straniera nei processi decisionali israeliani. Il risultato è che Tel Aviv ribadisce il proprio diritto all’autodifesa, ma in un contesto di maggiore controllo internazionale, e ciò li spinge a combinare rigidità operativa e diplomazia strategica per evitare di apparire isolati o sotto vincolo.


La posta in gioco è alta: per Israele si tratta di non perdere margini operativi sull’aggressione contro Hamas, per Hamas si tratta di emergere da un isolamento internazionale e consolidare la propria posizione nella Striscia senza perdere lo status di interlocutore. La risoluzione ONU ha pertanto il merito di riportare l’attenzione globale sul conflitto, ma allo stesso tempo ha il rischio di aumentare la frammentazione interna israeliana, offrire a Hamas l’opportunità di riemergere e rendere più complesso il futuro della sicurezza nella regione.

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