Israele approva l’accordo del cessate il fuoco a Gaza: un momento delicato tra speranze di tregua e rischi di disillusione
- piscitellidaniel
- 10 ott
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Nel giorno in cui il governo israeliano ha dato il via libera all’intesa per il cessate il fuoco con Hamas nella Striscia di Gaza, si apre una fase dalle molte incognite, carica di tensioni geopolitiche, pressioni interne e urgenze umanitarie. La ratifica dell’accordo, mediato da attori internazionali e regionali, segna un passo formale verso la sospensione delle ostilità, ma la sua concreta attuazione dipenderà dalla capacità delle parti di rispettare condizioni stringenti e da un equilibrio fragile che potrebbe scontrarsi con resistenze e divergenti interessi strategici.
L’approvazione dell’accordo è arrivata dopo un intenso dibattito interno al gabinetto israeliano. Molti ministri hanno espresso dubbi sulla bontà dei termini, ritenendo che alcune concessioni richieste all’altra parte potessero compromettere la sicurezza dello Stato. Tuttavia, la maggioranza ha deciso di accettare l’intesa, sostenendo che proseguire con la guerra avrebbe continuato a infliggere costi umani, materiali e politici non sostenibili. Il via libera dell’esecutivo costituisce un elemento fondamentale per dare alla tregua una base legittima sul piano istituzionale.
Secondo i termini dell’accordo, Israele dovrà ritirare le forze dalle aree densamente popolate di Gaza entro ventiquattro ore, mantenendo presidi lungo una linea concordata di sicurezza. L’altro fronte dell’intesa prevede che Hamas liberi entro settantadue ore tutti gli ostaggi ancora in vita, in cambio della liberazione da parte israeliana di circa duemila prigionieri palestinesi ritenuti di “sicurezza”. Per evitare il rischio che la tregua naufraghi anzitempo, è previsto l’attivazione di un meccanismo di monitoraggio internazionale: una forza composta da delegazioni provenienti da Stati Uniti, Egitto, Qatar, Turchia e altri paesi arabi assicurerà la supervisione sull’osservanza dei termini pattuiti.
Nonostante la formalizzazione dell’accordo, le prime ore dopo la firma mostrano zone d’incertezza. Diverse fonti locali riportano che in alcune aree di Gaza City e Khan Yunis sono continuati raid aerei isolati, probabilmente in risposta a presunte violazioni o movimenti sospetti da parte di settori armati. Ciò suggerisce che la tregua non sarà automaticamente rispettata nella sua totalità fin dal primo momento, anche se lo scopo condiviso resta di evitare una ripresa rapida delle ostilità totali.
Il fronte interno israeliano presenta una pressione significativa. Partiti e correnti di estrema destra hanno criticato duramente il governo, accusandolo di “cedere troppo” a Hamas e di mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini. Alcuni ministri che si erano opposti all’accordo hanno promesso che terranno sotto stretta sorveglianza ogni fase dell’attuazione, pronti a chiedere chiarimenti o modifiche se dovessero emergere anomalie. Il governo, nella sua comunicazione, ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica con l’idea che si tratti di una tregua condizionata e reversibile se l’altra parte non rispetta i patti.
Nella Striscia di Gaza, il comunicato ufficiale di Hamas ha dichiarato che l’accordo rappresenta una vittoria diplomatica della “resistenza”, condizione per la liberazione degli ostaggi e per la ripartenza della vita civile sotto supervisione internazionale. Alcuni manifestanti hanno celebrato la tregua nelle strade, con canti e bandiere, ma non mancano i dubbi tra la popolazione: il timore è che, dopo decine di giorni di bombardamenti e distruzioni, la tregua possa restare solo uno spazio fragile, non ancora capace di dare sollievo definitivo.
Sul piano umanitario, l’accordo prevede l’apertura di corridoi per il passaggio sicuro dei convogli di aiuti verso Gaza, con il coinvolgimento di agenzie internazionali e della Croce Rossa. Israele si impegna a garantire che i convogli possano raggiungere ospedali, strutture sanitarie e quartieri danneggiati. Tuttavia, la distruzione massiccia delle infrastrutture — reti elettriche, strade, ospedali — rende complessa la consegna rapida di rifornimenti. Molti quartieri sono stati ridotti in macerie, rendendo logisticamente difficile l’accesso immediato e sicuro dei veicoli di soccorso.
In termini strategici, l’accordo rappresenta un punto di svolta diplomatico nella crisi che dura da oltre due anni. Gli Stati Uniti — protagonisti attivi nella mediazione — hanno dichiarato che il cessate il fuoco costituisce la prima fase di un piano più ampio, che includerà il disarmo di Hamas, un ritiro israeliano completo da Gaza e la ricostruzione dell’enclave sotto una supervisione internazionale. Fuori da queste linee guida, il destino dell’intesa resta legato alla volontà politica da parte di tutte le soggetti coinvolti di proseguire nella direzione della pace.
Resta cruciale la questione della disarmamento e del futuro assetto governativo della Striscia. Hamas insiste nel mantenere una forma di autorità locale e non accetta, al momento, un disarmo immediato. Israele, per contro, pone la condizione che la tregua sia accompagnata da garanzie di sicurezza che impediscano un nuovo riarmo o il ritorno di cellule terroristiche. Questa differenza di visione è uno degli snodi più difficili da superare, perché influisce direttamente sul modo in cui verrà gestita la fase successiva del conflitto.
Dal punto di vista geopolitico, l’intesa suscita reazioni contrastanti nella regione. Paesi arabi, governi occidentali e organizzazioni internazionali hanno accolto la notizia con un cauto sollievo, auspicando che l’accordo possa funzionare e aprire la strada a una ripresa della stabilizzazione. Tuttavia, molti analisti avvertono che l’intesa è soltanto uno scalo in un percorso che dovrà confrontarsi con la memoria delle rotture passate, con interessi divergenti tra sponsorizzatori regionali e con il rischio che una sola violazione ripeta il fallimento di tregue precedenti.
Per i cittadini di Gaza e d’Israele, la tregua rappresenta una speranza concreta di tregua, ma al contempo una prova di fiducia reciproca in un terreno fratturato. L’accordo non cancella il dolore già accumulato — migliaia di vittime, infrastrutture distrutte, famiglie disperse — ma se rispettato può offrire un minimo spazio di respiro, un momento per riprendere cura, ricostruire e ridurre l’urgenza dei conflitti su base quotidiana. In questi giorni iniziali, ogni movimento, ogni rilascio, ogni patto mantenuto o violato avrà un peso enorme nel definire se il cessate il fuoco sarà solo un’interruzione momentanea o l’avvio di un nuovo capitolo meno sanguinoso.

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