Intervento di Netanyahu all’Onu: proteste, abbandoni e tensioni diplomatiche durante il discorso sul conflitto con Hamas
- piscitellidaniel
- 26 set
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L’intervento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è trasformato in un momento ad alta tensione diplomatica, quando numerose delegazioni hanno abbandonato l’aula durante il suo discorso, segnalando disappunto, disagio e protesta. Il video dell’evento, ampiamente diffuso nelle ore successive, documenta l’uscita di delegati e rappresentanti di vari Paesi, con sguardi contrariati, gesti affrettati, e molteplici sedie vuote alle spalle del palco diplomatico. Questo episodio non sarà facilmente ignorato: getta luce sulle divisioni attuali nella comunità internazionale e sulla fragilità del dialogo multilaterale, soprattutto quando temi caldi come guerra, diritti umani e responsabilità statale si intrecciano sul palcoscenico globale.
L’uscita dell’aula da parte di diplomati e delegati è avvenuta in momenti diversi, ma molti spettatori hanno notato che le partenze si intensificavano quando Netanyahu ha iniziato a citare le ragioni dell’azione militare israeliana, la necessità della “difesa del popolo ebraico” e la condanna dell’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas. In quell’istante, alcuni delegati hanno lasciato la sala in segno di dissenso, altri hanno coperto il viso con le mani o si sono voltati di spalle. Non vi è stata una presa di parola formale che abbia denunciato l’abbandono in diretta, ma la scelta visiva è stata percepita come la manifestazione di una divisione netta e plateale di fronte al discorso.
Netanyahu, pur consapevole del clima teso e delle delegazioni ostili, ha proseguito con determinazione, rivendicando il diritto di Israele all’autodifesa, presentando dati sulle vittime civili subite e denunciando il miliardo di missili e razzi lanciati da Hamas. Ha sostenuto che l’Onu non può essere neutrale davanti a chi, secondo lui, finanzia il terrorismo e mette in pericolo la sicurezza dello stato e dei suoi cittadini. Il tono è stato accusatorio, a tratti retorico, con richiami a “verità ignorate” e all’ipocrisia internazionale. È evidente che il premier israeliano ha voluto trasformare l’assemblea in una tribuna politica, non solo diplomatica, scegliendo di mettere in campo un discorso che mira a legittimare le sue azioni pregresse e future.
Le delegazioni che hanno abbandonato l’aula erano numerose e variabili nel profilo geografico e politico: alcune provengono da Stati arabi, altre da Paesi con tradizioni di mediazione internazionale e impegno per la pace. Tra i motivi evocati dopo l’accaduto figurano l’impossibilità di ascoltare in silenzio discorsi che considerano giustificazioni dell’aggressione, la scelta di protesta muta, il dolore per le vittime civili nella Striscia di Gaza e la volontà di non dare legittimazione internazionale alle affermazioni del premier israeliano. Le immagini del video diventano dunque una documentazione visiva della frattura diplomatica: un’assemblea che non riesce a rimanere compatta di fronte alla guerra.
La reazione degli altri delegati rimasti in sala è varia: alcuni hanno osservato con sguardo freddo, altri con stupore; pochi hanno fatto gesti di sostegno al discorso; molti hanno sfogliato documenti o atteso la fine con discrezione. Nessuna risposta sindacale o controdiscorso è avvenuto in aula in quel momento: l’assemblea ha proseguito la sessione senza interruzioni formali. Fuori dall’Onu, però, le reazioni non si sono fatte attendere: ambasciate, ministeri degli esteri e organi di comunicazione hanno preso atto del gesto, commentando che l’abbandono rappresenta “un messaggio forte”, una “condanna visiva” che supera le parole.
Il video circola già intensamente sui social e nei telegiornali: molte testate lo hanno usato per segnalare il clima “rovente” dell’assemblea, corredando le immagini con commenti sul simbolismo delle sedie vuote. L’episodio richiama ad altri momenti storici in cui le assemblee internazionali hanno visto proteste in aula — ma mai, in tempi recenti, uno speaker ha avuto un’uscita di delegazioni in massa mentre parlava del conflitto in corso così direttamente. Il valore simbolico è forte: testimonia che il discorso ufficiale non è semplicemente ascoltato, ma sottoposto a un giudizio visivo e pubblico in tempo reale.
Dal piano diplomatico, le conseguenze possono essere molteplici. Alcuni Stati potrebbero richiedere chiarimenti formali alle rappresentanze israeliane, avanzare proteste ufficiali all’Onu o chiedere sessioni straordinarie per affrontare le accuse avanzate da Netanyahu. In parallelo, l’abbandono potrebbe diventare uno strumento diplomatico ricorrente quando le affermazioni di un capo di governo vengono ritenute inaccettabili da altri Stati: un nuovo modo di esprimere dissenso non verbale.
La protesta, però, pone anche interrogativi: quanto può una delegazione abbandonare l’assemblea senza perdere voce su altri temi? È un gesto simbolico che rende buone le dichiarazioni, o rischia di escludere il paese stesso dalle successive discussioni? Quando un rappresentante lascia l’aula, rinuncia al diritto di replica o di partecipare alle votazioni imminenti. È una scelta che contiene contraddizioni: protesta sì, ma con costi istituzionali.
Di certo, l’intervento Netanyahu all’Onu non passerà inosservato. L’episodio delle delegazioni che lasciano l’aula aggiunge tensione e carica simbolica al discorso. Alla base c’è qualcosa di più profondo: non basta più parlare, bisogna essere ascoltati con credibilità. Le immagini, le assenze visibili e le sedie vuote in un’assemblea che vuole rappresentare la comunità internazionale diventano un giudizio visivo forte. Netanyahu ha portato il conflitto all’Onu sapendo che parte dell’assemblea non lo avrebbe seguito. E quelle delegazioni che se ne sono andate hanno fatto sentire un’altra voce, quella del dissenso, non con parole ma con un gesto che pesa diplomaticamente.

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