Intelligenza artificiale, il 92 per cento dei manager italiani prevede un aumento degli investimenti entro il 2026
- piscitellidaniel
- 22 ore fa
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La diffusione dell’intelligenza artificiale nel tessuto produttivo italiano entra in una fase di maturità accelerata, come dimostra il dato secondo cui il 92 per cento dei manager prevede un aumento degli investimenti entro il 2026. Questa percentuale segnala un cambio di passo netto rispetto alla fase iniziale di sperimentazione, nella quale l’adozione dell’AI era spesso limitata a progetti pilota o a iniziative circoscritte. Oggi l’intelligenza artificiale viene sempre più percepita come una leva strutturale di competitività, capace di incidere sull’organizzazione dei processi, sulla produttività e sulla capacità delle imprese di adattarsi a un contesto economico in rapido mutamento. L’orientamento dei manager riflette una consapevolezza diffusa: rinviare gli investimenti in AI significa esporsi a un rischio crescente di perdita di posizionamento rispetto ai concorrenti, sia sul mercato interno sia su quello internazionale.
L’aumento degli investimenti previsto per il 2026 è legato a una evoluzione della domanda interna alle imprese. L’intelligenza artificiale non è più confinata alle funzioni tecnologiche, ma si estende a settori chiave come produzione, logistica, marketing, finanza e gestione delle risorse umane. I manager individuano nell’AI uno strumento per migliorare l’efficienza operativa, ridurre i costi e supportare decisioni più rapide e basate sui dati. L’automazione avanzata dei processi, l’analisi predittiva e l’ottimizzazione delle catene di fornitura rappresentano alcune delle applicazioni che stanno guidando le scelte di investimento. In questo scenario, l’AI diventa un fattore abilitante di trasformazioni organizzative profonde, che richiedono non solo tecnologia, ma anche un ripensamento dei modelli di lavoro e delle competenze.
Il dato sul 92 per cento dei manager evidenzia anche una crescente convergenza tra strategia aziendale e innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale entra nei piani industriali come componente stabile, con budget dedicati e obiettivi misurabili. Questo approccio segna una discontinuità rispetto al passato, quando l’innovazione era spesso percepita come un costo o come un progetto accessorio. Oggi l’AI viene valutata in termini di ritorno sull’investimento, di vantaggio competitivo e di capacità di sostenere la crescita in mercati sempre più complessi. La prospettiva del 2026 diventa così un orizzonte temporale nel quale le imprese italiane intendono consolidare le sperimentazioni avviate e passare a una adozione su scala più ampia.
Accanto alle opportunità, emergono tuttavia criticità che i manager non sottovalutano. L’aumento degli investimenti implica la necessità di affrontare il tema delle competenze, uno dei principali colli di bottiglia per l’adozione efficace dell’intelligenza artificiale. La carenza di profili specializzati, la difficoltà di integrare nuove tecnologie con sistemi legacy e la gestione del cambiamento culturale all’interno delle organizzazioni rappresentano sfide rilevanti. L’orientamento verso maggiori investimenti riflette anche la consapevolezza che l’AI non può essere semplicemente acquistata e implementata, ma richiede un percorso di accompagnamento che coinvolga formazione, governance dei dati e ridefinizione dei ruoli. In questo senso, l’investimento tecnologico è inseparabile da un investimento sulle persone.
Il contesto competitivo internazionale contribuisce a spiegare l’urgenza percepita dai manager italiani. L’intelligenza artificiale è ormai al centro delle strategie delle grandi economie e delle principali multinazionali, che utilizzano queste tecnologie per rafforzare la propria posizione sui mercati globali. Per le imprese italiane, soprattutto quelle di medie dimensioni, aumentare gli investimenti in AI diventa una condizione necessaria per non rimanere ai margini di filiere sempre più digitalizzate. Il dato del 92 per cento segnala una presa d’atto collettiva: l’innovazione non è più opzionale, ma un requisito di sopravvivenza in un sistema economico che premia velocità, flessibilità e capacità di adattamento.
L’attenzione crescente verso l’intelligenza artificiale si accompagna anche a una maggiore sensibilità sui temi etici e regolatori. I manager sono consapevoli che l’adozione dell’AI comporta responsabilità in termini di trasparenza, sicurezza dei dati e impatto sul lavoro. L’aumento degli investimenti viene quindi visto non solo come una corsa tecnologica, ma come un processo da governare con regole chiare e con una visione di lungo periodo. La capacità di integrare l’AI in modo responsabile diventa parte integrante della strategia aziendale, influenzando reputazione, fiducia degli stakeholder e sostenibilità complessiva del modello di business.
La previsione di un aumento degli investimenti entro il 2026 fotografa infine una fase di transizione per il sistema produttivo italiano. L’intelligenza artificiale non è più percepita come una promessa futura, ma come una realtà che sta già ridisegnando i processi e le relazioni economiche. Il dato del 92 per cento dei manager indica una direzione chiara, nella quale l’AI viene riconosciuta come uno dei principali motori di trasformazione. La sfida non sarà tanto decidere se investire, quanto come farlo in modo efficace, inclusivo e coerente con le specificità del tessuto imprenditoriale italiano, affinché l’aumento degli investimenti si traduca in un reale rafforzamento della competitività e della capacità di crescita nel medio-lungo periodo.

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