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Inflazione strutturale: perché non torneremo più ai livelli pre-2020

Per oltre un decennio l’economia europea ha convissuto con un’inflazione persistentemente bassa, spesso al di sotto degli obiettivi fissati dalla Banca Centrale Europea. La stabilità dei prezzi, unita a politiche monetarie espansive, aveva creato l’illusione di un equilibrio strutturale destinato a durare. Dal 2021 in avanti questo paradigma si è incrinato in modo evidente. Shock energetici, tensioni geopolitiche, interruzioni nelle catene globali di fornitura e politiche fiscali espansive hanno generato un’impennata dei prezzi che ha colto imprese e famiglie impreparate. Nel 2026 l’inflazione appare meno esplosiva rispetto ai picchi precedenti, ma l’idea di un ritorno stabile ai livelli pre-2020 risulta sempre meno plausibile.

Le cause non sono meramente congiunturali. La globalizzazione che aveva compresso i costi produttivi attraverso delocalizzazioni e catene di approvvigionamento lunghe e complesse sta subendo una trasformazione profonda. La ricerca di maggiore sicurezza strategica, il reshoring industriale e la regionalizzazione delle filiere comportano costi più elevati. Produrre più vicino ai mercati di consumo riduce alcuni rischi logistici, ma elimina parte dei vantaggi competitivi basati su manodopera a basso costo. Questa ristrutturazione strutturale si riflette inevitabilmente sui prezzi finali.

A ciò si aggiunge la transizione energetica. L’abbandono progressivo delle fonti fossili e l’investimento massiccio in energie rinnovabili richiedono capitali ingenti. Nel breve e medio periodo, tali investimenti si traducono in costi che vengono assorbiti lungo la catena produttiva. L’energia rappresenta un input trasversale a quasi tutti i settori, pertanto ogni incremento incide su beni e servizi in modo diffuso. Anche quando i prezzi delle materie prime si stabilizzano, l’adeguamento delle infrastrutture e la riconversione tecnologica mantengono una pressione latente sui prezzi.

Un ulteriore elemento riguarda il mercato del lavoro. In molti Paesi europei si registra una carenza di manodopera qualificata, soprattutto in ambiti tecnologici e tecnici. L’invecchiamento demografico riduce l’offerta di lavoro disponibile, mentre la domanda di competenze cresce. Questa dinamica alimenta pressioni salariali che, pur non essendo paragonabili alle spirali inflattive degli anni Settanta, contribuiscono a mantenere un livello dei prezzi più elevato rispetto al passato recente. Le imprese, chiamate a riconoscere retribuzioni più alte per trattenere talenti, trasferiscono parte di tali costi sui consumatori.

La politica monetaria restrittiva adottata negli ultimi anni ha certamente raffreddato la dinamica inflattiva, ma non può intervenire sulle cause strutturali. L’azione della Banca Centrale Europea ha ridotto la domanda aggregata attraverso l’aumento dei tassi, comprimendo investimenti e consumi. Tuttavia, quando l’inflazione deriva anche da fattori di offerta, la leva dei tassi produce effetti limitati e talvolta controproducenti, rallentando la crescita senza riportare i prezzi ai livelli precedenti.

Le aspettative degli operatori economici stanno cambiando. Imprese e famiglie iniziano a considerare un’inflazione moderata ma persistente come nuova normalità. Questo mutamento psicologico incide sulle decisioni di investimento, sulle trattative salariali e sulle strategie di prezzo. Se gli attori economici si attendono aumenti costanti, tenderanno ad adeguare comportamenti e contratti di conseguenza, rendendo più difficile un ritorno a un contesto di inflazione prossima allo zero.

Nel 2026 lo scenario più realistico sembra essere quello di un’inflazione stabilizzata su livelli superiori alla media del decennio precedente al 2020, ma inferiore ai picchi emergenziali. Ciò comporta una revisione delle strategie finanziarie. Le famiglie devono proteggere il potere d’acquisto attraverso scelte di investimento più consapevoli, mentre le imprese sono chiamate a migliorare produttività ed efficienza per assorbire parte dei costi senza compromettere competitività.

L’idea di un ritorno al passato appare quindi illusoria. Le trasformazioni geopolitiche, energetiche e demografiche in atto delineano un contesto economico differente, nel quale la stabilità dei prezzi non coincide più con inflazione prossima allo zero, ma con un equilibrio dinamico più elevato. Comprendere questa nuova normalità consente di adottare strategie adeguate, evitando di attendere un riequilibrio che difficilmente si materializzerà nei termini conosciuti prima del 2020.

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