Inflazione, salari e potere d’acquisto: una triangolazione instabile
- Giuseppe Politi

- 11 giu
- Tempo di lettura: 2 min
La relazione tra inflazione, salari e potere d’acquisto resta uno dei nodi più sensibili dell’economia italiana. Dopo la fiammata inflattiva seguita alla crisi energetica globale e alla discontinuità delle catene di approvvigionamento, il tasso d’inflazione si è parzialmente ridotto, ma senza un vero ritorno alla stabilità pre-2021. Il costo della vita continua ad aumentare, seppur in modo meno aggressivo, mentre la dinamica salariale appare rigida, lenta e disomogenea tra settori.
Il problema principale non è l’inflazione in sé, ma la perdita cumulativa di potere d’acquisto che ha colpito le famiglie tra il 2021 e il 2024, con un impatto ancora tangibile nel presente. I beni essenziali – alimentari, energia, trasporti, affitti – hanno registrato aumenti strutturali che non sono stati compensati da incrementi salariali corrispondenti. In molte famiglie italiane, soprattutto nella fascia medio-bassa, questo ha generato una contrazione dei consumi e un ricorso crescente al risparmio precauzionale.
I rinnovi contrattuali nei settori pubblici e privati procedono a rilento, con aumenti spesso inferiori alla dinamica reale dei prezzi. Solo alcuni comparti – come tecnologia, farmaceutica, consulenza specialistica e ingegneria – registrano una crescita sostenuta delle retribuzioni, trainata dalla scarsità di profili e dalla concorrenza internazionale. Il lavoro impiegatizio tradizionale e molte professioni manuali, invece, rimangono ferme o con incrementi simbolici.
Nel frattempo, cresce il divario tra redditi nominali e redditi reali. Anche se alcune buste paga appaiono “gonfiate” da bonus occasionali, fringe benefit o rimborsi una tantum, la capacità di acquisto resta indebolita. L’accesso alla casa, alla previdenza integrativa, ai servizi sanitari di qualità e alla mobilità si fa più oneroso, mentre il tempo dedicato alla gestione finanziaria della quotidianità aumenta.
Un fenomeno particolarmente preoccupante riguarda la compressione della classe media: molte famiglie che un tempo si collocavano in una fascia di relativo benessere oggi faticano a sostenere spese straordinarie, investimenti educativi o progetti a lungo termine. Il concetto stesso di stabilità economica viene messo in discussione, generando un senso diffuso di incertezza e rallentando le decisioni di spesa.
In risposta, alcune imprese introducono elementi di flessibilità retributiva: premi variabili legati a obiettivi, welfare aziendale, buoni spesa digitali, cofinanziamenti sanitari e convenzioni per i servizi. Ma questi strumenti, se non accompagnati da un aumento stabile del salario base, rischiano di essere percepiti come insufficienti o provvisori. Inoltre, penalizzano chi lavora in settori dove tali misure non sono economicamente sostenibili.
Il quadro è aggravato dalla debolezza della contrattazione collettiva in molti comparti. La frammentazione sindacale, la diffusione dei contratti “pirata” e l’assenza di un salario minimo legale rendono difficile una risposta organica e unitaria. La politica retributiva rimane, di fatto, demandata alle dinamiche aziendali o settoriali, alimentando disparità crescenti tra territori e comparti.
Il 2025 pone dunque un interrogativo centrale: come coniugare sostenibilità salariale, produttività e tenuta sociale? Servono strumenti di indicizzazione più efficaci, una riforma delle politiche contrattuali, una strategia fiscale che alleggerisca il cuneo per le fasce basse e incentivi stabili alla partecipazione dei lavoratori ai risultati d’impresa. Solo così sarà possibile ristabilire un equilibrio virtuoso tra inflazione, salari e benessere reale.
Il potere d’acquisto non è un semplice indicatore economico: è una percezione quotidiana, un termometro della fiducia collettiva. E senza fiducia, non può esserci né consumo, né investimento, né coesione sociale.




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