Inflazione in discesa, ma i tassi restano alti
- Giuseppe Politi

- 19 mag
- Tempo di lettura: 2 min
L’inflazione nell’Eurozona, dopo aver toccato vette record nei bienni 2022-2023, mostra segnali tangibili di rientro. L’indice dei prezzi al consumo ha registrato un rallentamento più marcato del previsto nei primi mesi del 2025, riflettendo l’azione combinata del calo dei costi energetici, del riequilibrio delle catene globali di approvvigionamento e dell’inasprimento della politica monetaria. Tuttavia, la Banca Centrale Europea ha scelto di mantenere ancora elevati i tassi d’interesse, alimentando un dibattito acceso sulle prospettive della crescita e sulla sostenibilità del credito.
Il mantenimento dei tassi sopra il 4% rappresenta un freno significativo per famiglie e imprese, già provate da anni di turbolenze. Il costo del denaro, che per anni ha galleggiato su livelli prossimi allo zero, è ora tornato a essere una variabile cruciale nei bilanci aziendali e nelle decisioni di investimento. In particolare, le PMI, cuore pulsante del tessuto produttivo europeo, lamentano una forte difficoltà nell’accesso al credito bancario.
Le banche, dal canto loro, continuano a registrare margini di intermediazione più ampi grazie al differenziale tra tassi attivi e passivi, ma segnalano anche una crescita dei crediti deteriorati, soprattutto nei comparti dell’edilizia, del commercio al dettaglio e dell’autotrasporto. Ciò induce prudenza nei nuovi impieghi, alimentando una spirale di rallentamento.
Sul fronte dei consumi, le famiglie reagiscono con cautela. La perdita di potere d’acquisto, solo parzialmente compensata dagli aggiustamenti salariali e dalle misure di sostegno pubblico, continua a pesare sulle decisioni di spesa. I settori più colpiti sono quelli non essenziali: turismo, abbigliamento e ristorazione.
Gli osservatori più attenti parlano di una “trappola monetaria”: da un lato, l’inflazione sembra essere sotto controllo; dall’altro, i tassi elevati rischiano di soffocare la ripresa. Una riduzione troppo precoce del costo del denaro potrebbe riaccendere le spinte inflattive, ma una stretta prolungata rischia di compromettere la crescita strutturale.
In questo contesto, la politica fiscale nazionale torna a giocare un ruolo decisivo. Gli Stati membri con spazi di bilancio stanno cercando di sostenere l’economia con investimenti pubblici e riduzioni fiscali mirate, mentre i Paesi ad alto debito – come l’Italia – si trovano in una posizione più delicata. Ogni manovra espansiva deve fare i conti con le regole di rientro del Patto di Stabilità, recentemente riformate, ma ancora restrittive.
Il secondo semestre del 2025 si configura dunque come un banco di prova: la BCE sarà chiamata a gestire con finezza l’eventuale allentamento della politica monetaria, senza compromettere la credibilità costruita negli ultimi due anni. Al contempo, le politiche nazionali dovranno orientarsi verso stimoli selettivi, puntando su innovazione, produttività e riduzione dei costi strutturali. Il nodo resta sempre lo stesso: come coniugare disciplina finanziaria e sviluppo economico in un contesto di persistente incertezza globale.




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