In quattro anni di guerra la Russia ha incassato oltre mille miliardi da gas, petrolio e carbone
- piscitellidaniel
- 16 feb
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A quattro anni dall’inizio del conflitto in Ucraina, la Russia ha ricavato oltre mille miliardi di euro dalle esportazioni di gas, petrolio e carbone, confermando la centralità delle risorse energetiche nella tenuta economica del Paese nonostante il regime di sanzioni imposto da Stati Uniti, Unione europea e altri partner occidentali. Il dato evidenzia come le vendite di idrocarburi abbiano continuato a rappresentare la principale fonte di entrate per il bilancio federale, sostenendo spesa pubblica e apparato militare in un contesto di forte pressione internazionale. La strategia di Mosca si è fondata sulla riorganizzazione dei flussi commerciali verso nuovi mercati, in particolare in Asia, e sull’utilizzo di meccanismi finanziari alternativi per aggirare le restrizioni, mantenendo elevati volumi di esportazione nonostante la progressiva riduzione delle forniture dirette all’Europa. Il riallineamento delle rotte energetiche ha consentito al Cremlino di compensare in parte la perdita di quote nei mercati occidentali, beneficiando anche di fasi di prezzi elevati che hanno amplificato il valore complessivo delle esportazioni.
Il contributo dei Paesi europei, Italia compresa, si è progressivamente ridotto nel corso degli anni, ma non si è azzerato del tutto, soprattutto nella fase iniziale del conflitto quando la dipendenza dal gas russo risultava ancora significativa. L’Italia, storicamente legata a Mosca per forniture energetiche rilevanti, ha accelerato la diversificazione delle fonti attraverso accordi con Paesi del Nord Africa e con altri fornitori, incrementando l’utilizzo di gas naturale liquefatto e potenziando infrastrutture di rigassificazione. Questo processo ha ridimensionato in modo sostanziale il peso del gas russo nel mix energetico nazionale, ma la dinamica complessiva delle entrate russe mostra come il mercato globale dell’energia abbia consentito a Mosca di trovare sbocchi alternativi. Cina e India sono diventate acquirenti centrali del greggio russo, mentre altri Paesi hanno continuato a importare prodotti raffinati o carbone, contribuendo indirettamente al flusso di entrate verso il bilancio russo.
L’evoluzione delle esportazioni energetiche russe evidenzia i limiti di un sistema sanzionatorio che, pur incidendo sulla struttura economica e tecnologica del Paese, non ha impedito la generazione di ingenti ricavi attraverso le materie prime. Il mercato globale dell’energia, caratterizzato da domanda sostenuta e da una forte interconnessione tra produttori e consumatori, ha reso complesso isolare completamente uno dei principali esportatori mondiali di idrocarburi. Allo stesso tempo, l’Europa ha compiuto un’accelerazione significativa verso la diversificazione e la transizione energetica, riducendo la vulnerabilità strutturale che aveva caratterizzato il periodo precedente al conflitto. Il bilancio dei quattro anni di guerra sul piano energetico mostra dunque una doppia dinamica: da un lato la capacità della Russia di continuare a monetizzare le proprie risorse naturali, dall’altro lo sforzo europeo di ridurre la dipendenza e di ridefinire gli equilibri del proprio approvvigionamento, in un contesto geopolitico che resta fortemente instabile e segnato da tensioni strutturali.

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