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Il ritorno dell’oro come asset strategico nei portafogli globali

Dopo anni in cui era stato relegato a un ruolo marginale, l’oro sta tornando a occupare una posizione centrale nelle strategie di investimento, sia per gli investitori istituzionali sia per i risparmiatori privati. L’instabilità geopolitica, l’inflazione persistente e l’indebolimento delle valute fiat hanno riportato l’attenzione sull’oro come bene rifugio per eccellenza. Ma dietro questo ritorno si cela molto più di un effetto rifugio: l’oro si sta trasformando in un asset strategico nel nuovo ordine finanziario multipolare.

Nel primo semestre del 2025, le banche centrali hanno aumentato le riserve auree di oltre 300 tonnellate, segnando il ritmo di un trend già emerso con forza dal 2022. A guidare gli acquisti sono stati Paesi emergenti come Cina, India, Russia, Turchia, Brasile, ma anche economie più avanzate hanno cominciato a rivedere le proprie politiche di riserva. La motivazione principale risiede nella volontà di ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense e dalla volatilità dei mercati obbligazionari internazionali.

Parallelamente, la domanda di oro fisico da parte dei privati ha conosciuto un’impennata, favorita anche da canali digitali che ne hanno reso l’acquisto più accessibile e sicuro. Monete, lingotti, ma anche ETF e strumenti derivati con sottostante in oro fisico stanno registrando volumi crescenti, con un’espansione del mercato anche in Europa e in Italia.

L’oro è percepito non solo come bene rifugio, ma anche come copertura contro l’inflazione e l’erosione del potere d’acquisto. A differenza di altri strumenti, l’oro non presenta rischio di controparte e non dipende da politiche monetarie o fiscali. Il suo valore si fonda sulla scarsità, sulla domanda globale e sulla sua funzione di riserva di valore, riconosciuta da millenni.

Tuttavia, investire in oro comporta anche dei limiti. La sua natura non remunerativa – non genera interessi o dividendi – lo rende meno appetibile in fasi di tassi elevati. Inoltre, la volatilità può essere accentuata da eventi speculativi o da variazioni improvvise della domanda industriale (ad esempio in settori come elettronica o gioielleria). La custodia dell’oro fisico, infine, implica costi e rischi operativi non trascurabili.

Per l’Italia, Paese con una solida tradizione orafo-artigianale e con una delle riserve auree più consistenti al mondo, il tema assume una rilevanza particolare. Da un lato vi è la dimensione industriale legata alla filiera dell’oro – Arezzo, Vicenza e Valenza sono distretti strategici –, dall’altro la necessità di educare i risparmiatori a un utilizzo consapevole dell’oro come asset di portafoglio. L’oro non va inteso come strumento speculativo a breve termine, bensì come componente strategica a lungo termine, utile per diversificare e proteggere il capitale.

Nel quadro geopolitico attuale, l’oro sta tornando a essere anche uno strumento di potere: un asset geopolitico, non solo finanziario. Chi lo possiede ha maggiore autonomia, maggiore capacità negoziale e minore esposizione ai rischi sistemici. È una lezione che le banche centrali hanno compreso. I risparmiatori, lentamente, stanno seguendo.

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