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Il rilancio del Mezzogiorno: tra fondi europei, infrastrutture e capitale sociale

La questione meridionale, mai davvero risolta, si ripropone oggi con rinnovata urgenza. Il divario tra Nord e Sud dell’Italia resta profondo in termini di reddito pro capite, occupazione, produttività e infrastrutture. A ciò si aggiunge una crescente desertificazione demografica che colpisce aree interne e città di media grandezza, compromettendo ogni prospettiva di sviluppo endogeno. Eppure, nel nuovo ciclo di programmazione europea 2021–2027 e con le risorse del PNRR, si apre un’opportunità irripetibile per ridisegnare il futuro economico del Mezzogiorno.

Il Sud rappresenta circa il 34% della popolazione italiana, ma solo il 23% del PIL. Il tasso di disoccupazione sfiora il 18%, con punte superiori al 40% tra i giovani. Il tessuto imprenditoriale è fragile, dominato da microimprese sottocapitalizzate, con scarsa propensione all’innovazione e bassa integrazione nei mercati internazionali. Tuttavia, proprio per questo, rappresenta un’enorme potenzialità inespresso: se attivato, il Sud potrebbe diventare un motore di crescita anziché un problema strutturale.

Le risorse ci sono. Tra fondi strutturali europei, coesione territoriale, React-EU e PNRR, il Mezzogiorno può contare su oltre 200 miliardi di euro nei prossimi sette anni. Il nodo, come sempre, è nella capacità di utilizzo e nella qualità della spesa. La governance multilivello, l’eccesso di burocrazia, la debolezza delle amministrazioni locali e la frammentazione delle strategie rischiano di vanificare le potenzialità degli investimenti.

Tre sono i pilastri su cui costruire un rilancio solido: infrastrutture materiali, capitale umano e capitale sociale. Il primo è essenziale per connettere il Sud ai grandi corridoi europei e rafforzare l’accessibilità interna. Occorrono reti ferroviarie ad alta capacità, portualità competitiva, digitalizzazione capillare. Il secondo pilastro, il capitale umano, richiede investimenti nella scuola, negli ITS, nelle università meridionali, affinché diventino attrattori di talenti e non fucine di emigrazione. Il terzo, il più difficile, è la fiducia: la creazione di un tessuto sociale solido, fatto di legalità, cooperazione, reti civiche e imprese responsabili.

Il ruolo delle imprese è centrale. Occorre stimolare investimenti privati, attrarre reshoring industriale, rafforzare le filiere agroalimentari e turistico-culturali. Il credito deve diventare un volano e non un ostacolo: servono strumenti dedicati, accesso facilitato ai capitali e logiche di investimento paziente, in grado di accompagnare progetti di sviluppo territoriale.

Non meno importante è il ruolo della pubblica amministrazione. Senza una PA efficiente, trasparente e orientata al risultato, ogni intervento rischia di essere inefficace. È necessario un ricambio generazionale nella dirigenza locale, una formazione mirata e sistemi di valutazione delle performance, anche attraverso forme di partenariato pubblico-privato.

Il Mezzogiorno non è una periferia, ma un centro strategico del Mediterraneo. La sua posizione geografica, la ricchezza culturale, la disponibilità di giovani e la resilienza storica ne fanno un territorio ad alto potenziale. Serve una visione, servono classi dirigenti capaci e serve, soprattutto, un patto di lungo periodo che metta al centro lo sviluppo territoriale come priorità nazionale.

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