Il Patto verde non convince più l’Europa: costi elevati, timori sociali e fratture politiche frenano la transizione
- piscitellidaniel
- 19 set
- Tempo di lettura: 3 min
Il Patto verde europeo, presentato come la grande strategia per guidare il continente verso la neutralità climatica entro il 2050, sta attraversando una fase di profonda difficoltà politica e culturale. Quella che fino a pochi anni fa sembrava una cornice condivisa e ambiziosa per ridurre le emissioni, favorire le energie rinnovabili e ripensare i modelli di produzione e consumo, oggi appare come un progetto contestato e divisivo. Le resistenze emergono non soltanto da governi nazionali sempre più preoccupati per i costi economici e sociali delle misure, ma anche dal malcontento crescente di imprese e cittadini, che temono un impatto diretto sulla competitività e sul reddito disponibile.
Il cuore del problema è legato ai costi della transizione. Raggiungere gli obiettivi fissati a Bruxelles richiede investimenti enormi, stimati in centinaia di miliardi l’anno. Energia, industria, trasporti e agricoltura devono affrontare processi di riconversione complessi e costosi, che pesano sia sulle finanze pubbliche sia sulle tasche dei cittadini. I rincari energetici degli ultimi due anni, alimentati dalla guerra in Ucraina e dalla volatilità dei mercati internazionali, hanno aggravato la percezione che il Patto verde rischi di trasformarsi in un fardello economico insostenibile.
Le imprese, soprattutto nei settori energivori come acciaio, cemento e chimica, denunciano una perdita di competitività rispetto ai concorrenti extraeuropei. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’Inflation Reduction Act ha messo a disposizione incentivi massicci per sostenere la transizione, mentre in Cina i costi della produzione green sono più bassi grazie a una filiera integrata e a minori vincoli ambientali. In Europa, invece, le aziende si trovano spesso a fare i conti con norme stringenti e costi elevati senza un adeguato sostegno. Questo squilibrio alimenta il rischio di delocalizzazioni e riduce la fiducia nel progetto europeo.
Anche il mondo agricolo è in fermento. Le proteste degli agricoltori, che negli ultimi mesi hanno attraversato numerosi Paesi europei, sono state uno dei segnali più chiari delle difficoltà del Patto verde. Le regole sull’uso dei pesticidi, la riduzione delle emissioni nel settore zootecnico e l’obbligo di destinare terreni alla riforestazione o a pratiche ecologiche sono viste come minacce alla redditività delle imprese agricole. Per molte aziende, soprattutto di piccola dimensione, il rischio è quello di non riuscire a sopravvivere ai nuovi vincoli, con conseguenze sociali rilevanti nelle aree rurali.
Sul piano politico, il Patto verde ha smesso di essere un progetto consensuale. Le elezioni europee del 2024 hanno evidenziato la crescita delle forze politiche critiche verso la transizione ecologica, soprattutto nei Paesi del Nord e dell’Est Europa, dove il peso dell’industria pesante e dei combustibili fossili è ancora significativo. Anche nei Paesi fondatori, come Francia e Germania, le resistenze aumentano: a Parigi le proteste dei gilet gialli hanno lasciato un segno profondo, mentre Berlino si confronta con le difficoltà di un sistema industriale che fatica ad adattarsi.
L’opinione pubblica, a sua volta, appare divisa. Se da un lato cresce la consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico, dall’altro aumentano le preoccupazioni per l’impatto immediato delle misure sul tenore di vita. La riduzione delle auto a benzina e diesel, l’aumento dei costi energetici e le tasse ambientali vengono percepite come imposizioni calate dall’alto, più che come strumenti di crescita sostenibile. Questo divario tra obiettivi dichiarati e percezione sociale alimenta lo scetticismo e mina il consenso attorno al progetto.
A complicare il quadro c’è la frammentazione istituzionale. Le istituzioni europee faticano a mantenere una linea comune, mentre i governi nazionali cercano margini di flessibilità per tutelare le proprie economie. Le deroghe e le revisioni introdotte negli ultimi mesi su alcune direttive del Patto verde hanno reso evidente come l’ambizione iniziale si stia progressivamente ridimensionando. La Commissione europea insiste sulla necessità di non arretrare, ma nei fatti il progetto si sta adattando a compromessi che rischiano di svuotarne la portata trasformativa.
Non mancano, tuttavia, segnali di resilienza. In diversi settori la transizione procede comunque, spinta da dinamiche di mercato e da investimenti privati. Le energie rinnovabili, in particolare, continuano a crescere, con l’eolico e il solare che stanno guadagnando terreno nella produzione elettrica. Anche la mobilità elettrica, pur tra difficoltà, mostra una tendenza positiva. Questi progressi, però, non bastano a compensare le criticità complessive e la percezione che il Patto verde sia in affanno.
La sfida per l’Europa è ora quella di ritrovare una direzione chiara e condivisa. Senza una strategia che unisca ambizione climatica e sostenibilità economica e sociale, il rischio è che il Patto verde si trasformi da progetto di leadership globale a fonte di divisioni interne. La necessità di conciliare obiettivi ambientali con la competitività delle imprese e con la tutela del potere d’acquisto delle famiglie resta il nodo centrale che determinerà il futuro della transizione.

Commenti