Il futuro delle pensioni in Italia: tra sostenibilità e riforme
- Giuseppe Politi

- 16 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Il sistema pensionistico italiano si trova in un equilibrio sempre più fragile. Le dinamiche demografiche – invecchiamento della popolazione, calo delle nascite, allungamento dell’aspettativa di vita – unite alla rigidità del mercato del lavoro e alla segmentazione delle carriere, impongono una riflessione profonda sulla sostenibilità del modello retributivo-contributivo attuale. I giovani lavoratori di oggi rischiano di diventare i nuovi poveri di domani, se non si attiveranno subito correttivi strutturali e culturali.
Il primo elemento di criticità riguarda il rapporto tra contribuenti attivi e pensionati. La base contributiva si assottiglia, mentre il numero di percettori cresce. Questo squilibrio erode la solidità del sistema a ripartizione e spinge lo Stato a compensare con risorse fiscali crescenti, sottraendo margini ad altre politiche economiche. Ogni rallentamento della crescita o calo dell’occupazione aggrava il quadro.
Le riforme proposte negli ultimi anni si sono spesso scontrate con resistenze sociali e limiti politici. L’ipotesi di un’età pensionabile flessibile ma più elevata, legata a criteri di carriera effettiva, non ha ancora trovato attuazione stabile. I meccanismi di uscita anticipata (APE, Quota, Opzione Donna) continuano a rappresentare strumenti provvisori e spesso iniqui, che creano asimmetrie tra categorie.
Nel frattempo, la previdenza complementare stenta a decollare. Nonostante i benefici fiscali e l’aumento dell’offerta di fondi pensione negoziali, aperti e individuali, l’adesione resta bassa, soprattutto tra i lavoratori autonomi, i giovani e le donne. Le ragioni sono molteplici: mancanza di informazione, bassa capacità contributiva, sfiducia nei confronti dei mercati finanziari, incertezza normativa. Eppure, senza un secondo pilastro previdenziale, la pensione pubblica da sola non sarà in grado di garantire un tenore di vita dignitoso.
Un altro nodo riguarda le carriere discontinue. I lavoratori atipici, i freelance, i professionisti e chi ha avuto periodi di inattività – per motivi familiari, di salute o di studio – si trovano spesso con contributi frammentati, bassi e non sufficienti a generare un assegno pensionistico congruo. Le proposte di cumulo gratuito o riscatto agevolato dei periodi non coperti restano timide e disomogenee.
Il 2025 impone quindi un cambio di paradigma: dalla difesa del passato alla costruzione del futuro. Serve una strategia chiara, multilivello e sostenibile. Tra le proposte più solide: automatizzare l’adesione alla previdenza complementare, rafforzare il ruolo dei fondi pensione di categoria, creare un fondo nazionale per carriere fragili, incentivare i piani di welfare aziendale pensionistici e semplificare la fiscalità con un quadro stabile e trasparente.
Il dibattito sul futuro delle pensioni non può più essere rinviato. È una questione intergenerazionale, che riguarda non solo chi andrà in pensione nei prossimi anni, ma soprattutto chi oggi lavora e contribuisce senza sapere cosa riceverà. L’equità tra generazioni, la sostenibilità dei conti pubblici e la credibilità del sistema dipendono da scelte coraggiose e lungimiranti.




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