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Il credito alle imprese italiane: segnali di ripresa o nuova stretta?

Aggiornamento: 8 set

Il rapporto tra banche e imprese italiane vive una fase di trasformazione. Dopo anni di razionamento del credito, si osserva un parziale allentamento delle condizioni di accesso, soprattutto grazie alle garanzie pubbliche e agli interventi straordinari legati alla pandemia. Tuttavia, l’aumento dei tassi d’interesse e le nuove regole di vigilanza rischiano di frenare questa ripresa.


Le PMI, che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo nazionale, continuano a denunciare difficoltà nell’ottenere finanziamenti a lungo termine. Le banche, sempre più attente alla qualità del credito, preferiscono accordare prestiti alle imprese con bilanci solidi e una governance trasparente. Questo genera una polarizzazione: da un lato aziende ben capitalizzate che accedono a finanziamenti con relativa facilità, dall’altro un ampio segmento di imprese che resta escluso.


La questione è strategica per la crescita italiana: senza credito, gli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sostenibilità restano bloccati. Inoltre, il rallentamento nei prestiti potrebbe accentuare i divari territoriali, penalizzando le aree del Mezzogiorno dove il sistema produttivo è più fragile.


Gli strumenti alternativi al credito bancario stanno guadagnando terreno: minibond, private equity e piattaforme di crowdfunding permettono di raccogliere capitali anche al di fuori del circuito tradizionale. Tuttavia, la loro diffusione resta limitata, soprattutto per le imprese più piccole e meno strutturate.


La sfida è quella di costruire un ecosistema finanziario che non si basi solo sul credito bancario, ma che integri fonti di capitale diversificate. In questo modo, le imprese italiane potrebbero affrontare con maggiore solidità le sfide della transizione digitale e green, evitando di rimanere intrappolate in una nuova stretta creditizia.

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