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Il boom delle auto elettriche nei Paesi emergenti: quando Nepal e Thailandia guidano la rivoluzione della mobilità

Negli ultimi mesi il fenomeno delle auto elettriche ha assunto una dimensione inaspettata in alcuni Paesi emergenti, tanto da far parlare — con una certa sorpresa — di “boom elettrico” in nazioni che fino a poco tempo fa erano considerate marginali nel panorama automobilistico globale. Nazioni come il Nepal e la Thailandia si stanno ritagliando un posto in prima fila nella transizione verso la mobilità a basse emissioni, mostrando che la corsa all’elettrico non riguarda solo i Paesi ricchi, ma può partire anche laddove infrastrutture, economie e condizioni sociali sembravano ostacolarne lo sviluppo.


In Nepal, la spinta all’elettrico è diventata ormai visibile in modo drastico: recentemente si stima che circa il 70 per cento delle nuove auto vendute siano elettriche, un dato che in molti contesti sarebbe considerato straordinario. Questo risultato è alimentato da tutta una serie di fattori convergenti: la produzione elettrica nazionale è quasi interamente idroelettrica, il che rende l’elettricità “pulita” e rende più credibile il salto verso veicoli a batteria; il governo ha introdotto agevolazioni fiscali sulle importazioni di veicoli elettrici, riducendo dazi e imposte che gravano sui mezzi tradizionali, e si è impegnato nella costruzione di una rete di ricarica pubblica sempre più capillare. Nel 2023-24, le importazioni di EV sono raddoppiate rispetto agli anni precedenti, passando da poche migliaia a oltre 11.000 unità in un anno, con l’energia idroelettrica che supporta una crescita sostenibile della domanda.


Quanto ai numeri assoluti, il parco circolante elettrico rimane ancora limitato rispetto al totale, ma la curva di crescita è ripida: in pochi anni il Nepal ha già moltiplicato le sue auto a propulsione elettrica, spesso grazie all’ingresso di modelli accessibili, molte volte provenienti da brand cinesi che dominano il segmento in termini di competitività nei prezzi e nella disponibilità.


La condizione geografica e la storica presenza della produzione idroelettrica conferiscono al paese himalayano un vantaggio naturale: l’elettricità utilizzata per ricaricare i veicoli non proviene da combustibili fossili, il che riduce le emissioni complessive del ciclo di vita del mezzo. Questo mix favorevole consente al modello nepalese di essere citato spesso come esempio virtuoso di elettrificazione “dal basso”.


Ma il fenomeno non è confinato al solo Nepal. In Thailandia, le vendite di veicoli elettrici stanno crescendo a ritmi sorprendenti: il governo ha posto la mobilità elettrica al centro di una strategia che mira a fare del Paese un hub regionale per la produzione e l’adozione di automobili con batterie. Iniziative come il “30:30 policy” fissano obiettivi ambiziosi: entro il 2030, il 30 per cento delle auto prodotte dovranno essere elettriche, a indicare che non si tratta solo di consumo finale, ma di costruzione di filiera. Le immatricolazioni di EV in Thailandia sono aumentate, passando da alcune migliaia fino a decine di migliaia in un paio d’anni, e la quota negli ultimi periodi è arrivata al 12-14 per cento delle nuove auto vendute nel Paese.


Il tessuto industriale locale sta rispondendo all’appello: batterie, assemblaggio, componentistica e infrastrutture di ricarica sono in via di rafforzamento, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle importazioni e creare valore aggiunto interno. Alcune joint venture con aziende cinesi e investimenti nel comparto batterie mostrano che la Thailandia vuole diventare non solo consumatrice di auto elettriche, ma parte attiva nella catena produttiva globale.


È interessante osservare come la crescita dell’elettrico nei Paesi emergenti stia invertendo lo schema tradizionale: finora si pensava che fossero i Paesi avanzati a guidare la transizione e che i mercati emergenti sarebbero rimasti spettatori finché non fossero state superate barriere quali costi, infrastrutture, percezione del rischio. Invece, in questi contesti il “leapfrog” — la capacità di saltare fasi intermedie tradizionali per approdare direttamente a nuove tecnologie — sembra funzionare: paesi che non hanno mai avuto basi industriali evolute o reti diffuse di stazioni di servizio stanno sperimentando in tempo reale il passaggio all’elettrico.


Questo fenomeno non è casuale, ma frutto di scelte politiche, condizioni geografiche favorevoli ed economie di costo: nei Paesi emergenti il margine per innovare può essere maggiore perché l’“eredità fossile” è minore, e le politiche (se ben orientate) possono avere impatti più diretti. Inoltre, i produttori cinesi, con modelli dal costo ridotto e con economie di scala, trovano mercato e accessibilità dove i brand tradizionali faticano a penetrare. Questo appare evidente in Nepal, dove oltre il 70 per cento delle nuove immatricolazioni è attribuibile a modelli cinesi, grazie al prezzo competitivo e all’adattamento alle condizioni locali.


Tuttavia, questa rapida crescita porta con sé una serie di interrogativi importanti. Prima di tutto, la tenuta delle infrastrutture elettriche: far crescere il numero di veicoli elettrici richiede una rete di ricarica robusta e capace di sostenere carichi crescenti. Se oggi il numero di stazioni è ancora contenuto, la domanda esplosiva potrebbe creare congestioni e inefficienze. In Nepal, ad esempio, sono già attive oltre 400 colonnine pubbliche, con ulteriori decine in costruzione, ma fuori dagli snodi principali l’accesso resta difficile.


Poi c’è il tema della stabilità normativa: misure fiscali, politiche di sostegno, dazi di importazione, incentivi devono essere mantenuti nel tempo per dare certezza agli acquirenti e agli investitori. In Nepal, nel corso di varie revisioni del bilancio nazionale, sono state cambiate le soglie di finanziamento e i dazi sui veicoli elettrici, con il rischio di rallentare la crescita se le condizioni mutano troppo frequentemente.


Un altro nodo cruciale riguarda le batterie: smaltimento, riciclo, sicurezza e approvvigionamento delle materie prime sono sfide che ogni mercato elettrico deve affrontare, e nei Paesi emergenti spesso mancano le strutture adeguate per gestire queste fasi. Se non si progetta fin da ora un sistema di logistica inversa e di economia circolare, il boom elettrico rischia di portare con sé problemi ambientali nuovi.


Infine, la disuguaglianza territoriale: nelle città principali l’elettrico avanza rapidamente, ma nelle aree rurali o nelle zone periferiche l’adozione resta debole. Perché l’auto elettrica si diffonda davvero, serve che tutto il territorio — non solo i centri urbani — sia coperto da infrastrutture e servizi. In paesi come Thailandia e Nepal questa sfida è più pronunciata, perché le distanze, il terreno, il costo della rete elettrica possono ostacolare l’estensione capillare.


Nel complesso, il boom delle auto elettriche nei Paesi emergenti racconta di una svolta che va oltre il simbolico: è la prova che la mobilità pulita può radicarsi anche dove le condizioni sembravano proibitive, se si costruiscono sinergie fra energia, industria, politica e domanda privata. Quello che oggi appare come sorpresa potrebbe diventare il modello di riferimento per la transizione globale: non solo una corsa delle nazioni ricche verso la mobilità verde, ma un movimento diffuso e multipolare che coinvolge ogni latitudine.

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