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Golden power e asset strategici: primo via libera alla riforma in Commissione al Senato

Il primo via libera in Commissione al Senato alla riforma del golden power segna un passaggio rilevante nel rafforzamento degli strumenti a disposizione dello Stato per la tutela degli asset strategici. L’intervento normativo si inserisce in un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione economica e tecnologica, in cui la protezione degli interessi nazionali assume un peso sempre più centrale nelle politiche industriali e di sicurezza. Il golden power, nato come strumento eccezionale, tende progressivamente a trasformarsi in una leva strutturale di governo dei processi di investimento e di controllo delle imprese considerate sensibili.


La riforma punta a rendere il perimetro del golden power più chiaro e, al tempo stesso, più efficace. L’obiettivo dichiarato è quello di superare alcune incertezze applicative emerse negli ultimi anni, rafforzando la capacità di intervento preventiva dello Stato e rendendo più omogenee le procedure di valutazione. Il via libera in Commissione rappresenta quindi un segnale politico preciso, volto a consolidare un approccio che privilegia la difesa degli interessi strategici rispetto a una lettura puramente liberale dei mercati.


Il contesto in cui matura la riforma è segnato da una crescente attenzione ai settori ad alta rilevanza tecnologica e infrastrutturale. Energia, telecomunicazioni, difesa, dati, intelligenza artificiale e filiere critiche vengono considerati ambiti in cui l’ingresso di capitali esteri deve essere valutato non solo sul piano economico, ma anche sotto il profilo della sicurezza nazionale. Il golden power si configura così come uno strumento di filtro, capace di condizionare o bloccare operazioni ritenute potenzialmente lesive dell’interesse pubblico.


Uno degli elementi centrali della riforma riguarda il rafforzamento dei poteri istruttori e decisionali dell’esecutivo. La revisione delle norme mira a garantire tempi più certi e a ridurre le zone grigie che hanno caratterizzato alcune applicazioni precedenti. La chiarezza procedurale viene indicata come un fattore essenziale per evitare contenziosi e per offrire alle imprese un quadro di riferimento più prevedibile, pur in presenza di un ampliamento dei poteri di intervento statale.


Il dibattito parlamentare mette in evidenza un equilibrio delicato tra apertura agli investimenti e tutela della sovranità economica. La riforma del golden power non nasce con l’intento di scoraggiare i capitali esteri, ma di orientarne l’ingresso in modo compatibile con gli interessi strategici del Paese. In questo senso, il rafforzamento dello strumento viene presentato come una risposta alla mutata natura della competizione globale, in cui le acquisizioni societarie possono diventare veicoli di influenza geopolitica.


Il primo ok in Commissione segnala anche una continuità rispetto alle scelte compiute negli ultimi anni, durante i quali il golden power è stato progressivamente esteso a nuovi settori. La pandemia, le tensioni geopolitiche e la crisi delle catene di approvvigionamento hanno accelerato questa evoluzione, spingendo molti Paesi europei a dotarsi di meccanismi più stringenti di controllo sugli investimenti. L’Italia si colloca in questo solco, rafforzando un impianto che tende a diventare sempre più simile a quello adottato dalle altre grandi economie occidentali.


Dal punto di vista delle imprese, la riforma solleva interrogativi sulla compatibilità tra tutela strategica e attrattività del sistema Paese. Le aziende chiedono regole chiare e tempi certi, per evitare che il golden power si traduca in un fattore di incertezza nelle operazioni straordinarie. Il legislatore è chiamato a bilanciare l’esigenza di controllo con quella di garantire un contesto competitivo e favorevole agli investimenti, soprattutto in settori ad alta intensità di capitale.


Il rafforzamento del golden power assume rilievo anche sul piano europeo. La crescente armonizzazione delle politiche di screening degli investimenti riflette una consapevolezza condivisa sulla necessità di proteggere infrastrutture e tecnologie critiche. In questo quadro, la riforma italiana si inserisce in una tendenza più ampia, che vede l’Unione europea impegnata a coordinare le strategie nazionali senza rinunciare alle specificità di ciascun ordinamento.


Il passaggio in Commissione al Senato rappresenta una tappa iniziale di un iter legislativo che resta centrale per la definizione del rapporto tra Stato e mercato. Il golden power, da strumento emergenziale, viene progressivamente normalizzato all’interno dell’ordinamento, diventando una componente strutturale della politica industriale e della sicurezza economica. Questo processo riflette una trasformazione profonda del modo in cui vengono letti gli investimenti e le dinamiche societarie, sempre meno neutrali e sempre più intrecciate a interessi strategici.


Il primo ok alla riforma segna quindi un punto di svolta nel dibattito sul controllo pubblico delle imprese strategiche. La discussione parlamentare che seguirà sarà chiamata a definire confini e modalità di applicazione di uno strumento destinato a incidere in modo significativo sulle scelte di investimento e sugli assetti proprietari di settori chiave. In un contesto globale segnato da incertezza e competizione, il golden power si conferma come uno degli strumenti centrali attraverso cui lo Stato esercita la propria funzione di indirizzo e tutela dell’interesse nazionale.

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