Germania: apertura sull’uso dei beni russi congelati per sostenere l’Ucraina, tra politica, diritto e strategia economica
- piscitellidaniel
- 17 set
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La Germania ha mostrato un’apertura verso l’ipotesi di utilizzare i beni russi congelati come strumento di sostegno all’Ucraina. Si tratta di una questione che fino a pochi mesi fa era affrontata solo in termini di possibilità teorica, ma che oggi è al centro del dibattito politico ed europeo. La decisione tedesca potrebbe segnare un punto di svolta, poiché Berlino è da sempre una delle capitali più caute quando si parla di misure straordinarie che coinvolgono asset finanziari di stati esteri.
Durante una recente missione a Kiev, esponenti di primo piano della CDU e della SPD hanno dichiarato che la Germania è pronta a discutere seriamente l’utilizzo dei beni russi congelati, pur riconoscendo le complessità legali. L’apertura riflette il crescente consenso in Europa sulla necessità di trovare nuove fonti di finanziamento per sostenere il governo e la popolazione ucraina, mentre il conflitto continua a richiedere enormi risorse economiche e militari. Anche la Commissione Europea ha ribadito che Mosca, in quanto aggressore, deve essere chiamata a rispondere dei danni causati dalla guerra, rafforzando così la linea comune che l’Unione intende portare avanti nei prossimi mesi.
Il nodo centrale riguarda l’entità dei beni congelati. Si stima che tra Unione europea e paesi del G7 siano stati bloccati asset per circa 300 miliardi di euro appartenenti alla Banca centrale russa, una cifra imponente che costituisce un potenziale bacino di risorse per la difesa e la ricostruzione ucraina. Fino a oggi sono stati impiegati solo i rendimenti generati da questi beni, ossia gli interessi e gli extraprofitti accumulati. Si calcola che circa 3,7 miliardi di euro siano già stati trasferiti a Kiev grazie a questo meccanismo. L’eventuale passo successivo, cioè l’uso diretto del capitale, è però molto più complesso e delicato, poiché solleva questioni legali e politiche di enorme portata.
Dal punto di vista giuridico, infatti, la questione è intricata. I beni congelati appartengono formalmente a uno stato sovrano, la Russia, e il diritto internazionale tende a proteggere in modo rigido la proprietà statale. Un loro utilizzo diretto rischierebbe di configurare una violazione dei principi fondamentali che regolano i rapporti tra stati. Alcuni giuristi sottolineano inoltre che una simile decisione potrebbe aprire la strada a contenziosi internazionali e a ricorsi presso le corti europee, mettendo a rischio la legittimità dell’intero sistema delle sanzioni. Per questo motivo, finora si è preferito concentrare gli sforzi sui proventi generati dagli asset piuttosto che sul capitale congelato.
Un’altra difficoltà riguarda il meccanismo europeo delle sanzioni. Le misure contro Mosca vengono rinnovate periodicamente e richiedono l’unanimità dei paesi membri. Ciò significa che, in assenza di un consenso totale, la legittimità del congelamento stesso potrebbe venire meno. Per questo motivo, la Germania sta cercando una via di compromesso che consenta di garantire continuità agli aiuti all’Ucraina senza minare la coerenza del quadro normativo europeo. Tra le ipotesi allo studio vi è l’utilizzo dei beni come garanzia per prestiti a lungo termine o la creazione di un fondo speciale destinato alla ricostruzione, che verrebbe alimentato gradualmente dagli interessi maturati.
Sul piano politico interno, la discussione ha riacceso il confronto tra le forze parlamentari tedesche. Una parte dell’opinione pubblica e diversi rappresentanti politici sostengono che Berlino debba assumere un ruolo più deciso, superando le tradizionali cautele che hanno caratterizzato la sua politica estera. Altri invece mettono in guardia sui rischi di destabilizzazione dei mercati e sulla possibilità che la Russia reagisca con ritorsioni economiche o legali. La Germania, da sempre attenta alla stabilità finanziaria e alla tutela degli asset, deve quindi bilanciare la pressione internazionale con la propria tradizione giuridica e con gli interessi economici nazionali.
A livello europeo, le posizioni sono diversificate. I paesi dell’Est e i Baltici spingono con forza per l’utilizzo diretto dei beni russi, considerandolo un atto di giustizia e una misura necessaria per aumentare la pressione su Mosca. Francia e Germania, pur riconoscendo l’urgenza, restano più prudenti e preferiscono un approccio graduale. Anche in Italia la discussione è aperta, con il governo che valuta attentamente le implicazioni legali e le ricadute economiche. La questione rischia quindi di diventare un banco di prova per l’unità dell’Unione europea, che dovrà dimostrare di saper prendere decisioni coraggiose ma al tempo stesso rispettose delle regole internazionali.
Dal punto di vista economico, l’impatto di una simile misura sarebbe significativo. Utilizzare i rendimenti dei beni congelati potrebbe garantire flussi costanti di finanziamento all’Ucraina, sostenendo sia lo sforzo bellico che i bisogni umanitari. L’uso diretto del capitale, invece, aprirebbe scenari molto più ampi, con la possibilità di destinare decine di miliardi alla ricostruzione del paese devastato dal conflitto. Ma proprio questa prospettiva, se non gestita con estrema attenzione, potrebbe generare effetti collaterali imprevisti, come una perdita di fiducia nel sistema finanziario europeo da parte di altri stati che detengono riserve nell’Unione.
Sul piano strategico, l’eventuale utilizzo dei beni russi congelati rappresenterebbe un messaggio politico chiaro: l’aggressore non solo subisce sanzioni, ma contribuisce a finanziare la ricostruzione del paese aggredito. È un modo per rendere tangibile la responsabilità della Russia e per ribaltare i costi della guerra, trasformandoli in una risorsa per la vittima del conflitto. Allo stesso tempo, l’Europa rafforzerebbe la propria credibilità internazionale, mostrando di saper passare dalle parole ai fatti in un contesto geopolitico sempre più complesso.
La Germania si trova dunque al centro di un bivio storico. La sua disponibilità a valutare l’uso dei beni congelati non è solo un gesto simbolico, ma il segnale di una possibile evoluzione della strategia europea verso forme più incisive di sostegno all’Ucraina. Molto dipenderà dalle trattative dei prossimi mesi, dalla capacità di conciliare legalità internazionale e necessità politica, e dalla volontà degli stati membri di muoversi compatti in una direzione comune.

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