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Gaza, gli Stati Uniti propongono una forza internazionale di stabilizzazione e convocano i Paesi arabi all’ONU

Gli Stati Uniti hanno avviato un’iniziativa diplomatica per la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di Gaza, da sottoporre all’esame delle Nazioni Unite con il coinvolgimento diretto dei principali Paesi arabi. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire una gestione transitoria dell’area dopo mesi di conflitto, facilitando la ricostruzione delle infrastrutture civili, il ritorno degli sfollati e la progressiva restituzione della governance alle autorità palestinesi. Il piano, che Washington intende presentare formalmente al Consiglio di Sicurezza, punta a mobilitare un contingente multinazionale con mandato chiaro, durata definita e obiettivi di sicurezza, assistenza e coordinamento istituzionale.


La proposta americana prevede la costituzione di una missione di stabilizzazione composta da unità militari e civili provenienti da diversi Stati, in grado di operare congiuntamente sotto supervisione ONU. Le funzioni principali della forza sarebbero la protezione delle popolazioni civili, il mantenimento dell’ordine pubblico, la messa in sicurezza delle aree sensibili e la creazione delle condizioni necessarie per la distribuzione degli aiuti umanitari. Parallelamente, si punta a un piano di ricostruzione infrastrutturale, incentrato su sanità, energia, acqua e istruzione, da finanziare attraverso un fondo internazionale gestito congiuntamente da Stati Uniti, Unione Europea e Paesi del Golfo. L’iniziativa mira a trasformare la gestione emergenziale della crisi in un percorso di stabilità a medio termine, evitando che la Striscia ricada in un nuovo ciclo di conflitto e isolamento.


L’elemento politico più rilevante riguarda il coinvolgimento dei Paesi arabi, che Washington considera essenziale per conferire legittimità e accettazione locale alla missione. Nelle ultime settimane sono stati avviati contatti diretti con Egitto, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, affinché forniscano personale, risorse logistiche e copertura politica all’iniziativa. Gli Stati Uniti intendono evitare che la missione venga percepita come una presenza unilaterale occidentale, preferendo una composizione regionale che rifletta l’equilibrio politico mediorientale e favorisca la cooperazione tra governi arabi e istituzioni internazionali. Il Dipartimento di Stato ha inoltre chiarito che la forza non avrebbe finalità offensive, ma agirebbe esclusivamente come strumento di protezione e stabilizzazione, in coordinamento con le autorità israeliane e palestinesi per evitare sovrapposizioni operative.


L’architettura della missione si baserebbe su un modello multilivello. Oltre alla componente militare, è prevista la partecipazione di personale civile incaricato di monitorare la distribuzione degli aiuti, assistere le autorità locali e coordinare gli interventi delle organizzazioni umanitarie. Gli esperti in sicurezza e gestione post-bellica ritengono che l’operazione debba durare almeno due anni per permettere il consolidamento delle istituzioni locali e la creazione di un sistema amministrativo autonomo in grado di gestire il territorio. La fase iniziale dovrebbe concentrarsi sulla cessazione delle ostilità residue, sul ripristino dei servizi essenziali e sulla riapertura dei valichi per il transito controllato di persone e merci. Successivamente, l’azione si sposterebbe sul piano politico, con la ricostituzione di un’autorità di governo palestinese nella Striscia, sostenuta da programmi di addestramento amministrativo e assistenza economica internazionale.


Sul fronte diplomatico, la proposta americana trova un’accoglienza prudente. Alcuni Paesi europei, tra cui Francia e Germania, si sono detti disponibili a sostenere la missione, ma chiedono che l’ONU definisca con chiarezza la catena di comando e il quadro giuridico dell’operazione. Dalla regione, l’Egitto si è dichiarato favorevole a una forza internazionale purché mantenga il rispetto della sovranità palestinese e garantisca la sicurezza dei confini. Altri Stati, come il Qatar e la Turchia, insistono sulla necessità che l’iniziativa includa un piano politico credibile per la ripresa dei negoziati di pace e per la creazione di due Stati. La questione del mandato resta centrale: gli Stati Uniti intendono che sia un’operazione di stabilizzazione e non una missione di peacekeeping tradizionale, per evitare veti e limiti operativi e per agire con maggiore rapidità sul terreno.


Dal punto di vista umanitario, la crisi di Gaza continua a essere una delle più gravi dell’ultimo decennio. Ospedali distrutti, carenza di medicinali, scarsità di acqua potabile ed energia rendono urgente una risposta coordinata. Le agenzie internazionali stimano che oltre un milione di persone necessitino di assistenza immediata e che le infrastrutture civili siano compromesse in oltre il sessanta per cento del territorio. La forza di stabilizzazione dovrebbe quindi operare in stretta collaborazione con l’ONU e con le organizzazioni umanitarie per garantire l’accesso sicuro degli operatori e la protezione dei convogli. Anche il tema della ricostruzione economica è parte integrante del piano: si prevede la creazione di un fondo multilaterale per finanziare la riabilitazione di infrastrutture, scuole e ospedali, oltre a programmi di sostegno per le famiglie colpite.


L’idea di una forza internazionale rappresenta un tentativo di uscire dall’attuale impasse politica, segnando una possibile svolta nella gestione della crisi di Gaza. La capacità di attuarla dipenderà dalla cooperazione tra le potenze globali, dalla disponibilità dei Paesi arabi e dalla volontà delle istituzioni palestinesi di accettare un periodo di supervisione internazionale come fase transitoria verso una stabilità più duratura.

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