top of page

Gaza e Israele verso un accordo sul piano Trump: il difficile equilibrio tra cessate il fuoco, ostaggi e futuro della Striscia

Negli ultimi giorni è emersa con forza la possibilità che Stati Uniti e Israele stiano convergendo su un nuovo accordo ispirato al piano a 21 punti avanzato da Donald Trump per la gestione della crisi di Gaza. L’iniziativa, ancora in fase embrionale, punta a stabilire condizioni di cessate il fuoco, rilascio degli ostaggi, gestione postbellica del territorio e un ridisegno parziale dell’assetto di sicurezza nella Striscia. Tuttavia, l’intesa è tutt’altro che definita: restano nodi insanabili sul ruolo di Hamas, sulla presenza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e sulle garanzie reali che possano evitare una ripresa delle ostilità.


Sul fronte diplomatico, l’amministrazione statunitense ha riferito che Netanyahu avrebbe già discusso con Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff i dettagli del piano, e che gli Stati Uniti considerano vicina una bozza di accordo. Le parti coinvolte avrebbero delineato la maggior parte delle questioni centrali: il disarmo di Hamas, il rilascio di prigionieri israeliani, la partecipazione dell’ANP nella governance di Gaza e la definizione di un corridoio umanitario per la ricostruzione. Israele avrebbe già espresso apertura verso molte delle richieste americane, pur mantenendo condizioni rigide sul “ruolo reale” che l’ANP potrà svolgere a Gaza.


Nonostante l’avanzamento dei colloqui, l’intesa è condizionata da vari passaggi: l’approvazione da parte dell’onnipresente assemblea politica israeliana, la pressione dei falchi nella coalizione, le rivendicazioni del ministro Bezalel Smotrich che insiste sul completo smantellamento di Hamas e sul rifiuto di ogni forma di ruolo per l’ANP, e, soprattutto, il consenso — finora assente — dei vertici di Hamas. Senza l’avallo dell’organizzazione palestinese, qualunque accordo rimane fragile e privo di legittimità reale agli occhi della popolazione gazawi.


Parallelamente, l’escalation dei bombardamenti prosegue, con decine di vittime civili registrate ogni giorno. Fonti locali riportano che nella sola giornata dell’ultimo annuncio si sono registrate oltre trenta vittime palestinesi sotto i raid israeliani. In uno scenario dove le città sono distrutte, le infrastrutture crollate e i civili ridotti alla fame, la proposta di pace americana si scontra con la realtà materiale della guerra: come mantenere un cessate il fuoco stabile in un territorio dove le forze militari israeliane continuano operazioni tattiche offensive?


Il piano Trump viene propagandato come un “nuovo inizio” per Gaza: smilitarizzazione della Striscia, ricostruzione sotto supervisione internazionale, garanzie per sicurezza israeliana e un ruolo limitato ma simbolico per l’ANP. Allo stesso tempo, nel disegno americano emerge l’idea che Gaza non possa restare sotto lo stesso sistema amministrativo di Hamas, ma debba transitare verso un governo “moderato” che ne garantisca la stabilità. È questa trasformazione politica, forse più che quella militare, che costituisce il cuore dell’accordo.


Ma è inevitabile che emergano dubbi e resistenze. Tra le più rilevanti: la capacità di monitoraggio del disarmo, i controlli sui confini terrestri e marittimi, la gestione della ricostruzione, il ritorno dei profughi e la compatibilità con il diritto internazionale. Le convenzioni di Ginevra vietano i trasferimenti forzati e richiedono il rispetto della protezione dei civili occupati. Qualsiasi proposta che mescoli la ristrutturazione territoriale con espulsioni o contenimenti forzati rischia di incontrare opposizioni sul piano legale e diplomatico.


In Israele, il premier Netanyahu è sottoposto a pressioni politiche interne: la coalizione è eterogenea, con forze estremiste che non accettano compromessi. Il timore è che accettare l’ANP a Gaza venga interpretato come uno “smacco” alla strategia nazionale. Alcuni ministri insistono che il piano americano debba garantire condizioni rigide, pena il ritiro israeliano da ogni intesa.


Nel mondo arabo, la reazione all’intesa è cauta. Paesi come l’Egitto e il Qatar hanno un ruolo attivo nel mediare tra Hamas, Israele e Usa, fungendo da canali per far accettare il piano ai vertici palestinesi. Tuttavia, molti governi arabi condannano ogni visione che riduca la sovranità palestinese, e potrebbero condizionare il loro appoggio alla definizione di una formula che non sia vissuta come un’imposizione.


La comunità internazionale guarda con attenzione: l’Europa, le Nazioni Unite, i paesi arabi e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica attendono che il piano americano dimostri di potere andare oltre le dichiarazioni. Non basta un accordo sulla carta: servirà implementazione credibile, monitoraggio indipendente e accordi scritti che vincolino le parti. Il rischio è che il piano, pur brillante, resti lettera morta in assenza di verifica e disciplina condivise.


In queste ore, l’incontro Trump-Netanyahu sarà decisivo: da quel colloquio potrebbe uscire una cornice definitiva o la sfumatura decisiva tra un’intesa effimera e un percorso reale. Se si giungerà a una formula accettabile, sarà un passo avanti nella crisi. Se fallirà o resterà vaga, il conflitto continuerà a consumare vite e territori. I giorni che seguono potrebbero segnare il confine fra un accordo storico e l’ennesima tregua fragile.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page