Gaza e il piano Trump: l’alleanza arabo-ANP accelera mentre Hamas tiene la risposta in bilico
- piscitellidaniel
- 30 set
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La proposta statunitense per Gaza, articolata in venti punti, ha già raccolto il favore di numerosi governi arabi e dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), ma sconta il silenzio o la sospensione strategica di Hamas, che al momento valuta la mossa, consapevole dell’altissimo rischio politico e militare insito nell’accettare un piano che comporta rinunce significative.
L’attenzione si concentra subito sui quasi otto Paesi arabi che hanno reso noto di essere pronti a cooperare con gli Stati Uniti per dare forza all’accordo per Gaza. Questi Stati intendono fungere da garanti, da mediatori e da sostenitori della ricostruzione, assumendosi parte del peso diplomatico e politico per spingere Hamas a una risposta positiva. Accanto agli Stati arabi si colloca l’ANP, che per la prima volta appare pronta a scendere in campo con un’apertura formale al piano, accogliendo il gesto come un segnale determinato verso la fine della guerra nella Striscia.
L’ANP ha parlato, quindi, di “sforzo determinato” per terminare il conflitto e ha salutato il piano Trump con una posizione che, pur non senza riserve, rompe l’isolamento diplomatico della Striscia. L’Autorità palestinese, che da decenni reclama un ruolo politico legittimo anche a Gaza, vede nel piano una possibilità di riaffermare la propria centralità, ridurre l’egemonia di Hamas e assumersi responsabilità concrete nella gestione della ricostruzione.
D’altro canto, Hamas e le forze della Jihad palestinese hanno reagito con diffidenza. In un primo momento Hamas ha sostenuto di non aver ancora ricevuto il piano, che è stato trasmesso tramite Qatar ed Egitto. In seguito ha fatto sapere che lo “studierà in buona fede”, ma ha posto paletti chiari: non accetterà alcuna proposta che non includa il diritto all’autodeterminazione, che non preveda la protezione del popolo palestinese e che non ponga fine all’occupazione. L’elemento centrale è che la resistenza armata rimane per Hamas una condizione di legittimità finché non verrà garantito il ritorno dei profughi e l’uscita dell’occupazione.
Le diplomazie arabe giocano un ruolo chiave in questa fase. I governi di Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Pakistan e Indonesia sono già scesi in campo per dare supporto politico al piano. Essi intendono esercitare pressioni su Hamas affinché non rifiuti unilateralmente, mostrando che l’alternativa sarebbe una consolidazione delle ostilità senza mediazioni. Il loro appoggio, però, è condizionato: non accettano che la Striscia venga svuotata o che il piano imponga il trasferimento di civili fuori da Gaza, difendendo l’idea che i palestinesi debbano restare nei propri territori.
Allo stesso tempo, funzionari egiziani e giordani sarebbero coinvolti nella fase di ricostruzione e nella supervisione della transizione politica iniziale, con il compito di rendere il piano credibile agli occhi della popolazione locale e parte dei donatori internazionali. L’idea è che, se Hamas accetterà, il periodo transitorio veda una gestione tecnica con figure neutrali, per poi restituire la governance all’ANP, purché quest’ultima abbia compiuto le riforme richieste.
Il punto cruciale, naturalmente, è la risposta che darà Hamas. Secondo alcune fonti giornalistiche, il movimento potrebbe dare un parere entro tre o quattro giorni: se non si pronuncerà o risponderà negativamente, Trump ha già suggerito che non resterà inattivo. L’ultimatum pone Hamas davanti a un bivio: può accettare condizioni gravose, cedere parte del proprio potere politico e militare, ma ottenere uno stop agli assalti e una ricostruzione internazionale; oppure resistere, rischiando l’isolamento geopolitico e la prosecuzione del conflitto con tutti i costi.
In parallelo, emerge il tema delle alternative arabe. Da tempo alcuni Paesi del Golfo e l’Egitto avanzano un piano alternativo di ricostruzione da decine di miliardi di dollari con la supervisione dell’ANP e senza trasferimenti forzati. Tale piano si contrappone alle versioni più radicali che prevedevano la “Riviera del Medio Oriente”, con il trasferimento della popolazione palestinese. I leader arabi insistono sulla necessità che i cittadini restino nei territori, che la Striscia venga ricostruita su base locale e che si eviti qualsiasi forma di espulsione.
Il momento è delicato e il margine di errore è minimo. Se Hamas rigetta il piano, potrebbe consolidarsi la narrativa secondo cui non esiste interlocutore moderato nella Striscia, e questo legittimerebbe nuove operazioni militari. Se invece accetta, si apre la stagione più rischiosa per il movimento: perdere il predominio politico dopo anni di conflitto, affrontare la supplenza dell’ANP e diventare soggetto secondario in un futuro rimodellato.
Il progetto Trump, con il sostegno arabo e l’adesione dell’Autorità nazionale palestinese, appare oggi la proposta più robusta sul tavolo diplomatico, ma la transizione dipenderà interamente dalla reazione di Hamas. L’equilibrio è sottile: da un lato la pressione diplomatica e mediatica, dall’altro un conflitto di legittimità interna e strategica per i palestinesi.

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