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Gaza: duello diplomatico all’ONU tra Usa e Russia e restituzione del corpo di un ostaggio

La crisi nella Striscia di Gaza assume una nuova dimensione diplomatica con la mossa della Russia di presentare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU un progetto di risoluzione alternativo a quello proposto dagli Stati Uniti, suscitando tensioni e mettendo in evidenza il divario tra le posizioni internazionali sul conflitto israelo-palestinese. L’iniziativa russa, illustrata attraverso una nota formale, intende proporre un approccio ritenuto più bilanciato rispetto al testo statunitense, che aveva già generato malumori tra gli alleati arabi e altri membri del Consiglio per alcuni contenuti giudicati unilaterali. Il coinvolgimento della Russia nella materie diplomatiche riflette il suo ruolo crescente nel Medio Oriente e la volontà di influenzare il quadro di risoluzione del conflitto, presentando una piattaforma diversa dal modello statunitense e scatenando una partita a livello internazionale che va ben oltre il solo testo da discutere. Nel contempo, la notizia della restituzione del corpo di un ostaggio rappresenta un elemento simbolico che fa emergere l’impatto umano del conflitto e sottolinea quanto le questioni di prigionia e scambio siano parte integrante delle negoziazioni in corso.


Il testo russo propone che il Segretario Generale dell’ONU esamini opzioni per una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia e evita il riferimento esplicito alla “Board of Peace”, il corpo di amministrazione transitoria per Gaza incluso nel progetto statunitense. Questa differenza è significativa perché mette in luce il nodo centrale del contendere: quale governance temporanea per Gaza, con quali soggetti coinvolti e con quale mandato. Gli Stati Uniti, infatti, avevano presentato un progetto che prevedeva una gestione temporanea della Striscia per due anni, con l’impiego di una forza multinazionale, una serie di condizioni legate al disarmo di gruppi armati e al sostegno nella ricostruzione. Il progetto russo appare invece meno vincolante sotto certi profili, ponendo l’accento sulla stabilizzazione piuttosto che sulla governance diretta, il che lo rende più accettabile per alcuni Paesi arabi che avevano espresso riserve sul controllo proposto da Washington. Questa divergenza tra testi riflette uno scontro diplomatico per la definizione del futuro assetto di Gaza e il ruolo dell’ONU nella transizione.


Sul piano pratico, la presentazione di due progetti in parallelo complica i tempi di adozione e rischia di generare ritardi, mentre la situazione sul terreno resta fragile. Il Consiglio di Sicurezza, composto da quindici membri, deve ottenere almeno nove voti favorevoli e il non‐uso del veto da parte dei membri permanenti per approvare una risoluzione. Con Russia e Cina su posizioni critiche, e alcuni Paesi arabi che esitano nel sostenere il progetto statunitense, l’adozione appare tutt’altro che scontata. Le fonti diplomatiche riferiscono che la Russia ha definito il testo americano come uno strumento potenziale di legittimazione di azioni unilaterali e ha chiesto maggiore attenzione alla protezione dei civili, al ruolo della Palestina e all’inclusione dell’Autorità Palestinese nelle fasi successive. Al tempo stesso, gli Stati Uniti avvertono che ritardi e divisioni possono compromettere lo slancio della pace e della protezione umanitaria a Gaza, segnalando che un fallimento della risoluzione potrebbe generare una maggiore instabilità regionale.


La restituzione del corpo dell’ostaggio rivela un altro aspetto della crisi: non solo diplomazia e risoluzioni, ma vite umane direttamente coinvolte. La presenza di ostaggi e la contrattazione per il loro rilascio o restituzione costituiscono una leva negoziale centrale nei colloqui, e la consegna di un corpo funge da segnale che le trattative avanzano – seppure in modo frammentato. Le famiglie attese e le comunità coinvolte vedono in questo atto un momento di riconoscimento, anche se la sofferenza resta profonda. Il gesto simbolico alimenta la pressione internazionale affinché le questioni dell’ostaggio vengano inserite nei testi di risoluzione in modo più incisivo e articolato. Inoltre, la comunicazione pubblica dell’avvenimento rende evidente come l’opinione globale, la memoria delle vittime e delle famiglie svolgano un ruolo crescente nella definizione delle politiche sul conflitto.


Dal punto di vista geopolitico, l’operazione diplomatica della Russia non è un semplice esercizio retorico: riflette la competizione tra Mosca e Washington per l’influenza nel Medio Oriente e il ruolo futuro della Striscia di Gaza dopo la fase immediata del conflitto. Presentando un progetto alternativo, la Russia si propone come mediatore credibile per alcuni Paesi arabi e musulmani che si sentono marginalizzati dal disegno americano, e intende proporsi come interlocutore nei futuri negoziati. Questo dinamismo aumenta la complessità della partita diplomatica: non si tratta più soltanto di una risoluzione ONU, ma di un gioco più ampio che coinvolge alleanze, promesse regionali e strategie post‐conflitto. In questa prospettiva, la definizione del mandato della forza internazionale, il ruolo del Board di Pace, la presenza dell’Autorità Palestinese, le condizioni per il disarmo e la ricostruzione di Gaza sono tutti ingredienti della contesa.


Le implicazioni immediate sono numerose. Se la risoluzione russo-statunitense venisse approvata in tempi rapidi, potrebbe aprire la strada a un monitoraggio maggiore, a una presenza internazionale più stabile a Gaza e alla possibilità di un ritorno di persone sfollate, infrastrutture da ricostruire e un controllo più stringente dei gruppi armati. Tuttavia, l’instabilità sul terreno, la frammentazione delle autorità e la presenza di attori non statali rendono difficile trasformare le decisioni diplomatiche in realtà operative. Il fatto che il corpo di un ostaggio sia stato restituito si inserisce in questo quadro: segna un passo, ma non assicura che il sistema funzioni in modo sistematico. In definitiva, Gaza si trova oggi al crocevia di un negoziato che coinvolge l’ONU, Stati Uniti, Russia, Israele e il mondo arabo, e la risoluzione che emergerà definirà non solo il suo futuro immediato ma anche l’evoluzione della diplomazia globale di fronte alle crisi umanitarie e di sicurezza internazionale.

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