Gaza City accerchiata dall’esercito israeliano: dall’assedio urbano al droni in cielo, l’offensiva che segna una nuova fase del conflitto
- piscitellidaniel
- 6 ott
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Nel complesso scenario del conflitto israelo-palestinese, Gaza City è oggi al centro di una morsa che si stringe da nord a sud, con l’esercito israeliano che avanza con operazioni terrestri, raid aerei e un uso massiccio di droni, trasformando la città in un teatro di guerra urbana dal forte impatto sulla popolazione civile. L’assedio in corso non è una semplice pressione tattica, ma una strategia che mira a rompere le capacità di resistenza di Hamas nel cuore della Striscia, mentre le infrastrutture civili, gli sfollati e le condizioni umanitarie si deteriorano a velocità drammatica.
L’operazione militare israeliana, denominata “Gideon’s Chariots B”, ha ampliato la propria portata, mirando non solo a colpire le postazioni di Hamas ai margini della città, ma a circondare e penetrare nel centro urbano. Gaza City è stata dichiarata “zona di guerra” dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), trasformando ogni area residua in un obiettivo legittimo e ogni strada in potenziale corridoio di combattimento. Le linee di fronte si sono moltiplicate: i carri blindati israeliani sono penetrati in quartieri una volta considerati protetti, mentre le colonne corazzate si attestano lungo i margini esterni per impedire rotte di fuga e rifornimento. Il risultato è una città quasi completamente tagliata fuori dalle vie di comunicazione con il resto della Striscia.
Il cielo su Gaza City vive una presenza costante di droni, elicotteri Apache e velivoli leggeri da ricognizione o attacco. Le immagini che emergono mostrano droni volteggiare sopra i palazzi in rovina, sorvegliare movimenti sospetti al suolo e agire come occhi e supporto per l’artiglieria di terra. Gli elicotteri, in particolare, mitragliano edifici e infrastrutture, contribuendo alla distruzione mirata e al terrore come strumento psicologico. In ambienti urbani densamente popolati, la distinzione tra militari e civili diventa sempre più opaca, e ogni struttura — residenziale, commerciale o religiosa — può essere oggetto di attacchi se considerata usata da miliziani o sede di attività operative.
Sul terreno, la pressione verso l’evacuazione è diventata incessante, con ordini alle famiglie rimaste di “spostarsi verso sud” e di abbandonare le proprie abitazioni. Le vie di fuga sono limitate e spesso oggetto di fuoco incrociato, rendendo l’esodo pericoloso. Si stima che centinaia di migliaia di persone abbiano già cercato di lasciare Gaza City verso zone più al riparo, spesso con beni essenziali, carichi e animali, affrontando strade distrutte, blocchi militari e ostilità imminente. L’UNRWA e le organizzazioni umanitarie parlano di una “fuga di massa” in corso, con famiglie che si riversano nei campi temporanei o nei quartieri periferici, rendendo la crisi dei rifugiati all’interno della Striscia sempre più grave.
Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche grattacieli e torri multipiano, in alcuni casi usati come centri logistici o torri di comunicazione da Hamas. Alcuni di questi edifici sono crollati dopo gli attacchi, sollevando nubi di polvere e macerie tra gli abitanti superstiti. È un fenomeno che intensifica la distruzione del tessuto urbano: le macerie sgombrano strade, isolano blocchi cittadini, interrompono i servizi essenziali e accrescono la difficoltà nel soccorrere feriti. L’infrastruttura critica — ospedali, reti idriche, linee elettriche — è ormai su soglie limite, e ogni ulteriore danno può causare collassi sistemici nei servizi pubblici.
L’assedio multidimensionale, integrato con pressione psicologica, tende a costringere la parte residente a una resa implicita: senza movimento, senza comunicazioni, senza approvvigionamenti, Gaza City rischia di diventare prigione urbana. Le linee di contatto — case, vicoli, tunnel di servizio — sono pattugliate o sorvegliate, mentre i corridoi per aiuti umanitari sono severamente vincolati o bloccati. La possibilità di assistenza medica, approvvigionamento di cibo o acqua è diventata un’impresa che richiede mediazioni diplomatiche, interventi di ONG o il consenso delle parti in conflitto.
In parallelo, Hamas continua a rispondere con razzi, attacchi contro le linee di difesa israeliane e operazioni notturne, ma la superiorità tecnologica e l’efficacia del coordinamento militare israeliano tendono a neutralizzare progressivamente quelle sacche di resistenza urbana. I tunnel sotterranei — tradizionalmente uno strumento di guerriglia — sono oggi obiettivo primario dell’IDF, che cerca di smantellare le vie nascoste di comunicazione e rifornimento. Questo sforzo di “bonifica sotterranea” aggiunge una dimensione in più all’assalto urbano, trasformando ogni metro sotto la città in potenziale teatro di combattimento.
Il confronto sui numeri del conflitto è devastante. Ogni giorno si susseguono stime di morti, feriti e dispersi: civili, anziani e bambini costituiscono larga parte delle vittime. Le strutture sanitarie — già gravemente indebolite da mesi di blocchi e carenze — non reggono il peso dell’afflusso continuo di feriti. Il personale medico opera spesso in condizioni estreme, con carenza di medicinali, risorse e attrezzature, mentre le ambulanze attraversano zone attive di combattimento per tentare di salvare vite.
I riflessi internazionali si fanno sentire su vari fronti: le reazioni diplomatiche, le pressioni sul diritto internazionale, le richieste di cessate il fuoco, i negoziati mediati dai paesi vicini. Le potenze regionali — Egitto, Qatar, Turchia — si muovono come mediatori tra le parti, offrendo vie alternative per gli evacuati e provando a inserire tregue limitate. L’ONU e le agenzie umanitarie intensificano gli appelli per l’apertura di corridoi umanitari, ma la fragilità della presenza operativa rende ogni intervento precarissimo e spesso sotto minaccia degli scontri.
Gaza City è oggi un simbolo tragico della distruzione urbana contemporanea: una città avvolta da uno schermo di fuoco e sorveglianza aerea, con una popolazione che cerca di sopravvivere in un labirinto di macerie, fame e paura. Le operazioni dell’esercito israeliano prendono forma come assedio totale: dall’aria, dalla terra e dal cielo, in uno sforzo coordinato per isolare, neutralizzare e controllare. Ogni quartiere è diventato un fronte, ogni edificio potenziale roccaforte, e ogni persona nel mezzo è vittima di una guerra che utilizza la tecnologia come forza di annientamento.

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